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TESSUTO URBANO
Densificare in sette regole
a cura di Alessandro D'Aloia 03/2014

Monte Carasso, nell’ultimo trentennio, ha triplicato i suoi abitanti. Per contrastare lo sprawl urbano e la metabolizzazione della sua identità nell’indifferenziata “Città Ticino”, che si estende da Bellinzona a Locarno, Luigi Snozzi ha messo a punto un coraggioso strumento urbanistico, tanto utopico quanto pragmatico. L’obiettivo è densificare l’insediamento attorno al centro urbano e marcare simbolicamente l’hic sunt leones: il perimetro oltre il quale il costruito lascia spazio alla natura.
Il piano regolatore elaborato da Dolf Schnebli, adottato nel 1977 dalla comunità, prevedeva oltre duecentocinquanta regole. Quello alternativo proposto da Snozzi solo sette (più una non scritta), che così ci ha riassunto: 1. Ogni intervento deve tener conto e confrontarsi con la struttura del luogo; 2. Una commissione di tre esperti della struttura del luogo è nominata per esaminare i progetti (ndr. Non avendo trovato gli altri due membri, per i primi dodici anni Snozzi, su incarico del Comune, si è assunto la responsabilità di operare da solo. Oggi sono in tre. Il controllo è democratico, le sedute sono aperte al pubblico e se si agisce male si può essere destituiti all’istante); 3. Nessun vincolo viene posto sul linguaggio architettonico. Forme del manufatto, tipologie di copertura e materiali non devono sottostare a nessun obbligo; 4. Per favorire la densificazione sono state eliminate tutte le distanze di rispetto dai confini di vicinato e dalle strade; 5. L’indice di sfruttamento è stato aumentato rispetto al regolamento precedente dallo 0,3 all’1; 6. L’altezza massima degli edifici è di tre piani. Per permettere la realizzazione di un tetto piano si concede un supplemento d’altezza di 2 metri; 7. Lungo le strade si devono erigere muri alti 2,5 metri, quota ridotta dal comune a 1,20. Regola aggiunta e non scritta: un progetto in deroga alle norme prestabilite può essere approvato se la Commissione di controllo ne riconosce la corretta lettura del sito.
(Estratto da Casabella n. 834, febbraio 2014)

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Questo breve articolo ha uno straordinario interesse pratico. Esso dimostra come architettura ed urbanistica non siano discipline diverse, ma solo visioni a differente scala di un medesimo problema: quello della qualità delle trasformazioni del territorio [1]. La vicenda trentennale di Monte Carasso rincuora anche per un altro motivo: stiamo inequivocabilmente parlando di architettura e lo stiamo facendo guardando ad un piccolo paese di 2.400 abitanti. Va bene è in Svizzera, però è un piccolo paese, con i problemi dei piccoli paesi: principalmente la diffusione a macchia d’olio e senza concetto su l’intera area disponibile come se non ci fosse domani. A Monte Carasso un architetto, la cui lucidità è ammirevole, ha proposto uno schema semplice quanto “impensabile” per mettere la qualità degli interventi al centro dell’azione urbanistica del Comune. Ha apparentemente relegato la questione della qualità alla discrezionalità di una “commissione di esperti”, ma consapevole del pericolo di una simile impostazione ha reso pubbliche le sedute della “commissione” e istituito la “revocabilità immediata” della carica di “esperto” da parte dei cittadini. Avendo posto democraticamente la qualità al centro della scena ha potuto semplificare in modo incredibile la normativa urbanistica, liberando questa disciplina dalla sua sempre più spiccata vocazione alla “ragioneria dello spazio”. A tal proposito è emblematico uno dei suoi aforismi: l’architettura si misura con l’occhio ed il passo, il metro al geometra [2].

Snozzi ha le idee chiare sulla città e su tutto il resto. Un altro suo aforisma può aiutare a comprendere il valore che egli assegna alla città: il marinaio è felice in mezzo al mare perché sa che al di là dell’orizzonte c’è la città. E una città non è fatta di “lontananze”, quanto piuttosto di “vicinanze”, non è conformata in modalità “estensiva”, ma “intensiva”, è concentrata, è densa, per questo è necessario abolire le distanze minime dai confini e dalle strade. Snozzi ha il coraggio di dire che c’è bisogno di “densificare” e non di rarefare o polverizzare il costruito sul territorio. Le regole dell’urbanistica sono invece improntate alla negazione di ogni possibilità che dal costruito possa sorgere una città. La “critica del metro” è in realtà molto più importante di quanto possa apparire a prima vista. La questione degli indici e dei parametri urbanistici ci ha abituato a parlare asetticamente del costruito, in termini astratti, quando una città è fatta invece di elementi concreti e molto materiali. Infondo nessuno guardando un fabbricato lo misura in metri cubi. Gli indici quantitativi hanno omogeneizzato l’architettura, cancellando le tipologie edilizie. Un edificio è oggi limitato dal numero di metri cubi che può sfruttare, tutto è contabilizzato, dai portici ai balconi, alla grandezza delle aperture in molti casi anche contraddittoriamente [3]. I regolamenti edilizi si spingono nell’eccesso, fino a regolamentare l’impensato.

Oggi è raro che un regolamento edilizio consenta, ad esempio, la costruzione di un edificio a corte, dal momento che nella stragrande maggioranza dei casi la corte “fa volume”.

Viene da chiedersi, posto che l’architettura non è mai un risultato scontato, se essa sia obbiettivamente favorita o sfavorita da una serie di “parametri” positivisti, di carattere quasi medico-ottocentesco e vieppiù indiscutibili, con i quali la disciplina smarrisce la propria natura qualitativa, visuale e, in definitiva, estetica.

Questo discorso non è, in nessun modo, finalizzato ad insinuare la necessità dell’assenza di regole, ma la giusta critica delle regole, dal momento che anche le regole possono essere giuste o sbagliate. A Monte Carasso le regole ci sono, ma sono poche e comprensibili e perciò anche applicabili. Posto che esse sono imprescindibili, a maggior ragione sono importanti.

Si prenda ad esempio la questione della distanze dalle strade. Imponendo il rispetto, che appare sacrosanto, delle distanze dalle strade in realtà si sta indirettamente affermando che un dato territorio debba avere i caratteri dell'extraurbanità piuttosto che dell’urbanità. Ma se si è in un centro abitato dovrebbero essere i veicoli a procedere a passo d’uomo, ammesso che debbano poter circolare. Se invece bisogna stare a 20 o 30 metri dalla comunale o dalla provinciale probabilmente il fabbricato sta sorgendo in un posto sbagliato, ostile alla sua relazione con l’ambiente che lo circonda. Non è che le distanze dalle strade siano in sé sbagliate, ma bisognerebbe delimitare nettamente l’ambito urbano da quello extra-urbano e accordare ad ognuno di essi la giusta prevalenza d’ambito. Oggi invece l’urbanistica tende a mettere insieme tutte le regole senza più discriminare tra di esse in relazione agli ambiti di riferimento, diventando, in questo modo, un’accozzaglia di ingiunzioni burocratiche e, francamente, insensate all’architettura. Monte Carasso però esiste anche in Italia, almeno come speranza.

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[1] Forse più che parlare di urbanistica si dovrebbe dire L’architettura della città.

[2] Per altri aforismi si veda il seguente link: http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Snozzi; chi invece possa dedicare tempo ad approfondire il pensiero di Snozzi su you tube è presente il seguente video.

[3] Ad esempio la norma igienico-sanitaria chiede un certo rapporto minimo di illuminazione per ambiente, mentre il risparmio energetico stabilisce che tale rapporto non superi un certo limite.