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SPIRITI URBANI.
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Alessandro D'Aloia 08/2016

La città assurda e straordinaria, […] – era riapparsa, porto asciutto di sabbia per le dondolanti navicelle dei cammelli, emporio di merci lontane. Tutto il panorama, nel suo perimetro antico, si abbracciava con un’occhiata, il Tempio di Bel, e la Via colonnata, l’Agorà, il Teatro: tutto era chiaro come in un plastico; e invece stava sotto gli occhi nella sua realtà e per un’estensione che non si riusciva a definire, perché non c’era una misura reciproca fra i monti e le colonne.

(C. Brandi, Città del deserto, Editori Riuniti, 1990 Roma, p. 142.)

 

Antefatti
Sarebbe utile chiedersi cosa ha cercato di distruggere l’Isis quando ha sfogato la propria furia contro le inermi pietre di Palmira. Cosa questa memoria di città rappresentasse nella (in)coscienza di chi ne ha pianificato la rimozione. Le notizie intorno a Palmira, mentre si consumava la sua ultima distruzione in ordine di tempo, sono durate pochi giorni, senza per altro, produrre analisi degne sul significato del gesto. Il massimo che si è riuscito a partorire è stato mettere il sacrificio delle pietre in contrapposizione a quello delle vite umane, come se si trattasse davvero di cose separate, colpevolizzando, neanche troppo velatamente, chi si preoccupava delle pietre piuttosto che delle vite. Questo dimostra fino a che punto l’ideologia anti-urbana, incarnata al massimo grado dal piano demolitorio delle t-shirt nere, sia già profondamente egemone anche tra chi si sente vittima di questo terrorismo globalizzato. Solo due mesi più tardi a Parigi i conti, tra pietre e vite, venivano riportati in pareggio a significare proprio come lo smembramento lapideo operato a Palmira dovesse essere interpretato, questa volta più che mai, come preludio di morte. Lo sfregio della “Sposa del deserto” è il manifesto del neo-oscurantismo post-moderno avverante le profezie pasoliniane sulla nuova preistoria[1].
 
Solo pietre?
Ma è il caso di tornare al cuore del discorso e cioè la relazione esistente tra la distruzione del tempio di Bel e l’opinione, piuttosto diffusa, che in fondo non si tratti di cosa degna di ulteriori riflessioni.
Cosa sopravvive a Palmira al di là delle sue pietre abbandonate? È certo che non si debba trattare di qualcosa di materiale, ma di qualcosa di più metafisico, di uno spirito, che aleggia insieme alla sabbia, velando di sé oltre alle pietre gli animi, anche i più timorosi, attraverso il “tunnel della storia”. Quello spirito che continua ad animare i luoghi anche, o forse soprattutto, dopo che questi siano stati teatro delle vicende della vita. Questo soffio è quello dello spirito urbano che si può annusare tanto lungo la via colonnata di Palmira o di Efeso, quanto a Spaccanapoli o lungo il corso e la piazza della nostra città, ovunque essa sia. Quello che fa sentire a casa, non appena ci si ritrova a camminare in determinati rapporti spaziali tra gli elementi architettonici presenti. È, in qualche modo, uno spirito matematico, fatto di relazioni tra le parti, relazioni determinate, capaci di infondere urbanità a quegli stessi elementi che, in altri rapporti, urbani non sarebbero. È come se si trattasse di mettere le cose ad una certa distanza tra loro, una distanza non troppo grande, a partire dalla quale iniziano ad influenzarsi reciprocamente, alla stregua dei corpi celesti, i quali cominciano ad attrarsi gravitazionalmente solo al di sotto di una certa distanza cosmica. Questa relazione tra corpi d’architettura, come una marea, risucchia nella propria gravità anche l’umore del viandante che attraversa lo spazio urbano. È dall’alto medioevo che si è a conoscenza di questo spirito se un detto di origine tedesca (ripreso in seguito da molti pensatori come M. Weber, K. Marx, G. Debord e chissà quanti altri) recita “l’aria della città rende liberi” (Stadtluft machtfrei). In tempi più recenti è Paul Virilio a insinuare una relazione diretta tra urbanità e libertà, intesa come coscienza di sé, quando si chiede: Non è che sia proprio lo spazio il principale produttore di coscienza? – […] le strade sono i corridoi dell’anima e delle oscure traiettorie della memoria[2]. Tuttavia questa proprietà vivificante della città deve essere stata scambiata per una qualità connaturata all’architettura, per un potere magico capace di effondere dalle pietre indipendentemente da ogni altra considerazione, se si continua, ormai da troppo tempo, a costruire nell’ignoranza delle regole d’insieme e nell’illusione che basti affastellare architetture per prolungare una città lungo la propria linea evolutiva. Bisognerebbe chiedersi come suggeriva Mario Bellini qualche decennio fa, forse sull’onda di dibattiti ancora non rassegnati: Qual è il rapporto tra architettura e città se è vero che non basta assemblare una grande quantità di edifici – anche se ben distribuiti funzionalmente – per ottenere un tessuto urbano significante?[3] Bisognerebbe, in qualche modo, ricordare che tra architettura e città non c’è nessun automatismo. E che la città è un fine, non scontato, dell’architettura. Renzo Piano parlando delle periferie si chiede, cogliendo appieno il nocciolo del problema: Riusciremo a renderle urbane?[4] Distinguendo implicitamente tra una loro mera esistenza in quanto costruzione e il loro carattere di città, per ora, mancato e da perseguire tramite il progetto. Si deve intensificare la città, costruire sul costruito, sanare le ferite aperte[5].
  
Post-urbanesimo
Come evoca bene il titolo del libro di Augusto Petrillo La città perduta. L’eclisse della dimensione urbana nella città contemporanea, il nostro problema oggi è quello di aver perduto la capacità di costruire città, ma quel che appare ancora più preoccupante è che abbiamo perduto persino la percezione di questo problema. È come se a La Fine della città[6] (altro titolo terminale, questa volta di Leonardo Benevolo), stesse per accompagnarsi la morte del suo stesso concetto. Per caratterizzare la nostra epoca si utilizzano termini come post-ideologica, post-moderna e via dicendo. Dal punto di vista che si sta cercando di definire, dovrebbe forse parlarsi di un’epoca post-urbana e non perché le città siano scomparse dal pianeta, anzi per altri versi sembrerebbe il contrario, ma perché ciò che si sta costruendo non ha più un carattere urbano, almeno nella grande maggioranza dei casi. Questa situazione non è però frutto di una svolta improvvisa, ma esito di premesse ben più antiche, di cui forse oggi cominciano a manifestarsi meglio le conseguenze.
Si può capire meglio questa crisi dell’urbano attraverso un’osservazione apparentemente scollegata. Se si osservano le scene dei teatri classici si può notare come questi appartenessero ad una civiltà profondamente urbana, che riteneva la dimensione cittadina quale summa delle proprie acquisizioni, dal momento che la città, o meglio l’idea stessa della città, si rifletteva, proponendosi e costruendosi come sfondo di tutte le rappresentazioni teatrali. La scena, ponendosi come quinta urbana, nonostante la spettacolarità dei panorami naturali in cui i teatri sorgevano, occludeva le viste circostanti, sottintendendo probabilmente la superiorità del paesaggio artificiale a quello naturale. Questo concetto è sviluppato al massimo nel teatro olimpico di Vicenza, che è forse la maggiore celebrazione della città ideale e dell’ideale della città, ma già decade, esce (letteralmente) di scena, nei teatri all’italiana di epoca borghese, epoca che portava in nuce, probabilmente il superamento della dimensione urbana quale approdo di riferimento per l’uomo. Alla città come orizzonte delle rappresentazioni teatrali la borghesia preferisce la proiezione di uno spazio interno, di un salottino vellutato, con poltroncine e balconcini imbottiti. La città si avviava cioè lentamente ad essere de-mansionata nella scala dei valori della cultura occidentale, la quale, non a caso, cercava di innovarsi ingegnerizzandosi, inaugurando un modo di inquadrare i fenomeni, oggi imperante, per il quale si focalizza sul particolare perdendo di vista il generale. La storia a torto scambiata per tradizione e contrapposta per natura all’innovazione, passava in secondo piano e con essa le figure culturali, tra le quali quella dell’architetto, che ponevano il loro agire in prospettiva storica.
 
Stregonerie
Oggi l’architetto, cerca di ricostruirsi un ruolo aderendo con entusiasmo all’imperativo della spettacolarizzazione dell’architettura, cercando di riciclarsi come guru dell’irripetibile, stregone della forma, capace cioè di dettare legge nel mondo spettacolarizzato, non percependo come così facendo, ceda proprio a quella visione che focalizzando il particolare: l’architettura; perde di vista il generale: la città. L’architetto in preda all’ambizione sfrenata (e narcisistica) della personale ricerca formale sta progressivamente perdendo la voglia e la capacità di leggere la città e, con questo, l’ambizione di lavorare alla forma complessa (della città) piuttosto alla complessità della forma. Sta abbandonando, in altre parole, e incredibilmente, il proprio campo[7]. L’idea (anti)urbana che questo approccio (individualista) sottintende è quella della città alla expo’. Una sfilata di eccentricità architettoniche indifferenti le une alle altre, che sembrano un parcheggio di sculture piuttosto che un pezzo di città, una serie di assoli autistici in assenza di un arrangiamento urbano che li sostenga[8] e che cercano di affermarsi sparando “il volume” più alto degli altri. Per dirla con Tafuri: l’invenzione formale sembra enunciare il proprio primato, ma l’ossessivo reiterarsi delle invenzioni riduce l’intero organismo urbano ad una sorta di gigantesca “macchina inutile”. [...] I singoli frammenti architettonici si urtano fra loro, indifferenti persino allo scontro. E si accumulano dimostrando l’inutilità dello sforzo inventivo messo in opera per definirne la forma[9].
Questo atteggiamento quasi generalizzato è piuttosto disarmante, in quanto tradisce una sorta di mutamento genetico del canone costruttivo il quale, in passato, aveva sempre la città come proprio orizzonte, affermando indirettamente che comunque si può costruire bene, anzi anche meglio, fuori da una qualsiasi logica relazionale o se si preferisce “contestuale”.
 
E la forma urbis?
E perciò è un archeologo come Settis, nel suo recente Se Venezia muore, ad assumersi il compito di ricordare agli architetti stessi il significato del termine “città” ed il valore che esso porta in sé. La città, vista come massima creazione culturale delle civiltà umane[10], è intesa come manufatto limitato, in cui la dimensione assume, in definitiva, un’importanza essenziale. Per Settis la dimensione della città è connaturata alla sua forma, ne diviene un elemento, laddove non avendosi più limite, inteso come margine, non si ha più città. Per questo contrappone sin da subito la megalopoli alla città. Tra la forma e l’anima della città storica e quella della megalopoli non c’è continuum ma una drammatica frattura, dice Settis. In sostanza pur non esaurendosi l’idea di città nella sua forma[11], si dovrebbe parlare di città esclusivamente laddove sia possibile individuare una forma urbis definita. Va detto che questa visione, se considerata letteralmente, apre subito il problema del dover, allora, definire con precisione cosa si intenda per forma urbis di una città. Sappiamo anche che le città, pur piccole, sono sempre fatti abbastanza complessi, sia nel senso della storia che in quello della geografia ed abbiamo già chiaro, con Aldo Rossi, che il fenomeno urbano può essere letto per parti, il che implica ammettere che la città possa inglobare forme diverse e, spesso, tra loro in contraddizione. Tuttavia la riflessione di Settis è del tutto condivisibile nei termini in cui rivendica una leggibilità della forma urbana come dato fondamentale per poter parlare di città.
Ed è forse proprio questo lo sforzo che è necessario fare oggi per sperare di riallacciarsi ad un senso del fare architettura, al di là dei voli pindarici di una ricerca formale ossessiva e avvitata su se stessa, cioè tentare di definire cosa sia allora una città, dal punto di vista non delle istituzioni politiche, non della società che la abita, ma dal punto di vista della sua forma, dei suoi elementi costitutivi, delle sue pietre quelle che, come a Palmira, sono capaci di parlare ancora oggi.
Va detto subito che questo tentativo va però fatto superando le tante visuali specialistiche che, pur utili per altri versi, hanno egemonizzato il dibattito sulla città allontanandone però la comprensione, intendendo per specialistiche quelle analisi che si pongono il compito di trattare aspetti non attinenti lo specifico della città, aspetti corollari del darsi in forma da parte della città materiale. Ad esempio la divisione dei territori nazionali in “aree rurali” e “aree urbane” in funzione del tipo di economia dominante, come se l’urbanità fosse sinonimo di industria, e per le quali l’Italia, o addirittura l’Italia meridionale, sarebbe un paese “rurale” (in ragione della scarsa o mancata industrializzazione), oppure le letture sociologiche che si concentrano su altri aspetti del fenomeno, quali la diffusione della delinquenza, della solitudine e così via, alla fine producendo una serie di analisi che parlano indiscriminatamente di città senza mai spiegare che cosa si intende con questo termine. Si prendano ad esempio i rapporti delle Nazioni Unite sulle tendenze di urbanizzazione del mondo, rubricate alla voce Economics and social affairs, in cui si confrontano i dati di urbanizzazione a livello globale senza disporre neanche di una definizione condivisa, e perciò di banche dati omogenee, del fenomeno che si analizza. Illuminante a tal proposito il seguente passo: There is no common global definition of what constitutes an urban settlement. As a result, the urban definition employed by national statistical offices varies widely across countries, and in some cases has changed over time within a country. The criteria for classifying an area as urban may be based on one or a combination of characteristics, such as: a minimum population threshold; population density; proportion employed in non-agricultural sectors; the presence of infrastructure such as paved roads, electricity, piped water or sewers; and the presence of education or health services. (Nazioni Unite, World Urbanization Prospects (highlights) 2014, p. 5)
In sostanza non disponendo di una definizione del fenomeno osservato piuttosto che tentare di tratteggiare una sorta di idealtipo di città, si preferisce procedere comunque alla misurazione dell’indefinito, finendo per mettere nel calderone dell’urbanizzazione fenomeni a partire dal mezzo milione di abitanti fino alle mega-entità di oltre 10 milioni di abitanti, dimenticando tutto ciò che sta sotto il mezzo milione di abitanti e dunque, almeno secondo Settis, forse proprio le città. Va detto che c’è il tentativo di dichiarare se non altro gli elementi costitutivi di un agglomerato urbano: soglia minima di popolazione, densità di popolazione, percentuale di impiegati in settori non agricoli, presenza di infrastrutture come strade pavimentate ed elettricità e presenza di servizi educativi. Come non notare però che il più “architettonico” di questi parametri è la pavimentazione stradale? forse immaginata come nastro d’asfalto. Insomma non si riesce ad uscire da una visione “parametrica” (per non dire socio-economica) del fenomeno urbano, rendendolo astratto e privo di qualità. Questo è il modo in cui alla fine tutti possano parlare di città ad eccezione proprio degli architetti. Si parla cioè sempre della città con riferimento alle dinamiche di flussi di persone e capitali di cui queste sono il centro e mai con riferimento alla loro natura di manufatti, producendo una confusione sempre crescente sul cosa intendere, infine, per città.
 
Rammendare il concetto di città
È però almeno dagli anni sessanta del secolo scorso, che sembra chiaro come non possano trattarsi insieme fenomeni distinti e separati, come, ad esempio, città e megalopoli. Nel 1961 il geografo Jean Gottman, nel suo famoso testo Megalopolis, magnificava le virtù della grande dimensione e delle cosiddette “nebulose urbane” che andavano formandosi nelle aree del pianeta con maggiore concentrazione di popolazione. Molto probabilmente è anche in opposizione all’acritica apologia della megalopoli, intrinseca all’opera di Gottman, che, tra gli altri il già citato, Mario Bellini su Domus si chiedeva se il modello urbano delle piccole città storiche italiane potrà servire ancora da bussola per i progettisti delle megalopoli? La domanda sembra aver ricevuto ampiamente risposta, anche se già allora sembrava difficile pensare che le megalopoli potessero essere, in qualche modo, “progettate”, almeno nel senso che si dà comunemente a quest’operazione. È Felix Guattari ad affermare, ancora qualche decennio più tardi: In queste condizioni gli architetti non sanno più a che santo votarsi. A che cosa potrebbe servire nell’oggi, per esempio in una realtà come Città del Messico che procede in pieno delirio verso i 40 milioni di abitanti, invocare Le Corbusier? Nemmeno il barone Haussmann potrebbe far nulla! I politici, i tecnocrati, gli ingegneri producono ormai questo genere di cose rivolgendosi il meno possibile agli uomini di quell’arte che Hegel poneva al primo posto tra tutte le altre[12].
Uno dei problemi fondamentali della non-città, si dovrebbe parlare di non-città così come si è parlato di non-luoghi, è rappresentato proprio dal rapporto impossibile tra la crescita urbana descritta da Gottman e il progetto, al punto che si potrebbe assumere proprio il progetto come l’elemento discriminante tra città e non-città, a patto di specificare poi cosa si intenda allora per progetto a scala urbana. Come Guattari osservava, parlare di progetto, ma anche solo di “piano” di fronte al delirio megalopolitano è pura utopia, ma oggi di fronte al doppio scenario globale, da un lato ancora la crescita vertiginosa degli agglomerati in paesi come la Cina, dall’altro già la stagnazione o addirittura l’abbandono di città storiche, oppure il fenomeno delle shrinking cities[13] (le città che si contraggono), in Europa e soprattutto in Italia, impone alla cultura architettonica una riflessione metodologica sul proprio ruolo, paragonabile a quella che si impone a chi interviene dopo un maremoto per ristabilire una vivibilità sul luogo della devastazione.
Prima di tentare di definire un insieme di punti caratteristici di una compagine dal carattere urbano sembra necessario richiamare un paio di principi teorici. Quando si parla del senso della città ci si deve in qualche modo riferire al carattere testuale del manufatto umano per eccellenza. Vale a dire che è senz’altro utile tentare la lettura della città con le stesse metodologie con cui si condurrebbe la lettura di un testo. E questo tipo di analogia consente di dire, molto semplicemente, che mentre gli elementi architettonici possono essere considerati come i caratteri dell’alfabeto, con i quali si compongono parole o architetture, queste ultime compongono a loro volta la città, dotata di un senso o di un significato allo stesso modo di come le parole compongono una frase o un discorso. Sembra chiaro che l’architettura considerata in se stessa si ponga al medesimo livello di una parola, formata a sua volta da elementi di ordine inferiore (segni elementari) e dotata di un certo significato che però non è sufficiente ad articolare nessun discorso e quindi nessuna comunicazione. Allora così come non basta mettere delle parole in successione casuale per ottenere una frase di senso compiuto o una unità elementare di senso (sintagma), ugualmente non si può affermare che il discorso/città possa scaturire dal semplice accostamento, moltiplicazione, reiterazione di architetture, come purtroppo accade oggi nella gran maggioranza dei casi[14]. La situazione odierna è così preoccupante da indurre a parlare di analfabetismo urbano e perciò dell’alba di una società post-urbana, proprio mentre le Nazioni Unite certificano il superamento della soglia del 50% da parte della popolazione mondiale allocata in una, non meglio specificata, dimensione “urbana”.
Infine c’è da dire che quello che l’analisi sull’urbanizzazione del pianeta da parte delle Nazioni Unite non ha fatto è proprio quello di cui c’è bisogno: definire un tipo ideale di città da avere come termine di paragone rispetto a ciò che viene prendendo consistenza, quale unica regola di agglomerazione nell'attuale contesto globalizzato. Anche la, ormai copiosa e solo parzialmente citata, letteratura sulla fine della città individua molte evidenze a sostegno del cambio di paradigma che ha colpito la nostra civiltà senza però articolare con convinzione la fattispecie di cosa si stia perdendo. In sostanza si sente la necessità propositiva di definire il carattere che un costruire urbano dovrebbe puntare ad avere piuttosto che continuare a dire come invece non dovrebbe essere.
Nel tentativo che segue di definire cosa costituisca necessariamente una città, i cinque punti proposti devono essere considerati come uno stimolo al discorso necessario attorno al concetto di forma urbis, nel senso sollecitato da Settis. Si tratta in altri termini di definire un tipo ideale di città articolato su punti morfologici e non parametrici, statistici, percettivi o altro.
 
Cinque punti per un’Architettura della città
1. Il sistema degli invasi centrali rappresentativi del luogo.
Il primo degli elementi spaziali irrinunciabili può essere individuato nell’esistenza di un centro, o di un sistema di invasi centrali, che riassume, sintetizza il locus. In questo sistema, nei casi più semplici una singola piazza o corso, gli abitanti si rispecchiano, riconoscendosi come parte di una comunità. Per comprendere meglio cosa si intende è il caso di riportare alcuni estratti del discorso che A. Rossi articola intorno ai fori romani nel paragrafo a questi dedicato ne L’Architettura della città. Qui si legge: Il Foro Romano, centro dell'Impero, riferimento nella costruzione e nella trasformazione di moltissime città del mondo classico e fondamento dell'architettura del classicismo, ha forme e situazione anomala rispetto alla scienza della città quale era praticata dai romani. [...] Necropoli, poi sede di battaglie o più probabilmente di riti religiosi, essa diventa sempre di più la sede di una nuova forma di vita, il principio della città che si va formando dalle tribù sparse sulle colline; che qui si incontrano e si fondono. [...]
Intorno al Quarto secolo il Foro cessa la sua attività quale luogo di mercato (perde cioè una funzione che era stata fondamentale) e diventa piazza vera e propria quasi seguendo il dettato di Aristotele, che intorno a quell'epoca scriveva: La piazza pubblica [...] non sarà mai insozzata da mercanzie e l'ingresso sarà interdetto agli artigiani [...].
Lontana e ben separata da essa sarà quella che è destinata al mercato. E proprio in quest'epoca il Foro si va coprendo di statue, di templi, di monumenti; così la valle che era piena di sorgive locali, di luoghi sacri, di mercati, di taverne, diviene ora ricca di basiliche, di templi e di archi e rimane solcata da due grandi vie, la Sacra e la Nova, raggiunte da diversi vicoli. Dopo la sistemazione di Augusto e l'ampliamento della zona centrale di Roma con il Foro di Augusto e i Mercati traianei, dopo le opere di Adriano e fino alla caduta dell'Impero, il Foro non perde il suo carattere essenziale di luogo di incontro, di centro di Roma; Forum Romanum o Forum Magnum, esso finisce per diventare un fatto specifico nell'interno stesso della città, una parte che ne riassume il tutto.
Così scrive il Romanelli: Sulla via Sacra e sulle strade adiacenti si infittivano i negozi di lusso, e la gente vi passava curiosando, senza voler nulla, senza far nulla, solo aspettando che giungessero le ore degli spettacoli e dell'apertura delle terme[15]
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È forse superfluo sottolineare come questa centralità oltre ad avere le caratteristiche di uno spazio scoperto debba poter essere considerato completamente permeabile al cittadino nella veste di pedone e come questa completa accessibilità sia ciò che lo caratterizza come lo spazio pubblico per eccellenza. La pedonalità quale condizione dominante è legata ad uno specifico ritmo di fruizione di questo tipo di spazialità. È una spazialità concepita per il passo d’uomo, in cui la frenesia dell’andare possa trasformarsi in un passeggiare per contemplare e al limite per fermarsi.
 
2. Il sistema delle emergenze monumentali - istituzionali
Il secondo è direttamente legato al primo. Si tratta del sistema dei monumenti, o di quelli che per A. Rossi sono tra i principali cosiddetti fatti primari. Qui però non si intende richiamare il concetto di fatti primari per intero, ma semplicemente soffermarsi sulla necessità di una monumentalità legata in modi diversi, anche contraddittori, al carattere pubblico del sistema delle centralità. Il monumento è quasi sempre in un certo rapporto con gli invasi centrali dello spazio urbano. Nella maggioranza dei casi si tratta di architettura, ma non è per forza detto. Sono elementi singolari che tendono ad emergere dal contesto e in genere connotati da un forte carattere storico-simbolico.  A. Rossi ne parla a più riprese, in una di queste dice: I monumenti, segni della volontà collettiva espressa attraverso i principi dell'architettura, sembrano porsi come elementi primari, punti fissi della dinamica urbana. Dal punto di vista costitutivo di una forma urbis interessa che questa non ne sia priva. Va detto però che sarebbe riduttivo pensare semplicemente al “monumento storico”, mentre si tratta di qualcosa di più complesso, spesso si tratta solamente di sedi istituzionali pubbliche e non, che non abbiano necessariamente una dimensione storico-documentale. Questo perché non si può fondare un carattere di tipo formale su un presupposto di storicità, il quale può essere solo acquisito nel tempo.
 
3. Il sistema residenziale
Il terzo è un po’ il corollario del secondo. Il sistema residenziale che si manifesta in aggregato. Anche qui è possibile rifarsi direttamente, e comodamente, ad A. Rossi: La città è sempre stata largamente caratterizzata dalla residenza. Si può dire che non esistono o non sono esistite città in cui non fosse presente l'aspetto residenziale; là dove questo aspetto aveva una funzione del tutto subalterna nella costituzione di un fatto urbano (il castello, l'accampamento militare) si arrivò ben presto a una modificazione a tutto vantaggio della residenza. Resta però da aggiungere che nella città, di regola, l’abitazione elementare sorge aggregandosi con altre abitazioni a formare quello che è un ulteriore elemento importantissimo della regola urbana: l’isolato. Qui abitazione ed isolato non coincidono quasi mai, con le dovute eccezioni, come ad esempio quando una singola abitazione assume un’importanza maggiore, emergendo dal sistema residenziale e ponendosi più come monumento che come residenza. Un palazzo, un castello, sono stati anch’essi residenze. Tuttavia in questi casi la monumentalità prevaleva in modo assoluto sulla funzione. L’isolato può però seguire regole diverse di aggregazione. Nella città storica europea infatti l’aggregazione residenziale avviene senza soluzione di continuità, anche quando l’isolato è evidentemente somma di episodi architettonici diversi. Si potrebbe definire questo tipo di isolato come “continuo” e come il principale responsabile della compattezza urbana dei centri storici. A questo tipo di isolato si contrappone quello che potrebbe invece definirsi “discontinuo”, in cui gli episodi architettonici assumono una individualità più marcata presentandosi anche fisicamente staccati. In questo tipo di aggregazione la “cortina edilizia” a rigore è assente, nonostante ne permanga, in molti casi, l’illusione prospettica. Il diverso modo di concepire l’isolato urbano può essere l’elemento tipologico discriminante tra intere tradizioni urbane e tra diverse epoche di sviluppo urbano di una medesima città.
 
4. Il circuito del margine
Il quarto punto è forse un po’ più difficile da definire. Si fosse in epoca precapitalistica si potrebbe dire: il margine cittadino materializzato nelle mura urbiche. Oggi questo concetto di marginalità è per forza di cose molto più sfumato. Fatto sta che se però salta completamente il concetto di margine, non si ha neanche la possibilità di individuare una differenza tra un dentro ed un fuori e quindi l’inizio e la fine di una forma. Si potrebbe allora tentare di definire questo margine come il limite oltre il quale gli isolati cominciano a coincidere con i blocchi residenziali i quali tendono a loro volta a diventare mono-familiari. Non si tratta di un passaggio netto, ma di un disgregarsi dell’isolato urbano che lascia il passo all’imporsi dei blocchi residenziali monofamiliari, situazione riconoscibile dall’emersione della tipologia edilizia della villa suburbana, la quale diviene l’elemento assolutamente dominante anche quando dovesse persistere un’organizzazione per isolati. Si tratta, in definitiva, di un certo salto di densità urbana, visibile però nella forma dell’insediamento e non nel rapporto numerico di abitanti su chilometro quadro. In definitiva anche ammettendo un carattere di apertura della città moderna, rispetto a quella tradizionale, resta osservabile una differenza netta tra città e non-città, almeno nei casi in cui si riesca appunto ancora ad individuare la città. Va anche detto che questi passaggi di densità possono benissimo avvenire all’interno del perimetro urbano normalmente osservabile. In genere anche in queste zone, sostanzialmente suburbane o periurbane, può capitare di osservare un’organizzazione per isolati, sicuramente discontinui, tendenzialmente mono-piano, o al massimo bi-piano, con destinazioni mono-familiari. E questo dato illumina sulla possibile doppia natura, urbana e non, dell’isolato stesso, motivo per il quale non è possibile riferirsi semplicemente alla sua presenza, senza tenere in conto la tipologia edilizia che lo compone, per gridare alla città.
 
5. Il sistema delle relazioni sintattiche tra gli elementi costitutivi della città
Infine si deve stabilire un chiaro elemento di connessione dei vari elementi enumerati. La città è il luogo in cui le architetture sono elementi di un disegno d’insieme, che esse lo vogliano o meno. Lo spazio urbano è formato da una successione di invasi definiti in modi vari dalle architetture che li conformano. Se l’architettura in sé può esistere tanto in un contesto non urbano quanto in uno urbano, nel primo si rapporterà direttamente alla natura, nel secondo si rapporterà a se stessa. È un po’ come se la dimensione urbana fosse definita da un rapporto auto-referente dell’architettura[16], ciò che non è possibile in altri contesti e che, a ben vedere, non avviene neanche in contesti antropizzati secondo modalità non-urbane. Laddove le architetture non entrano in rapporto reciproco (almeno intenzionalmente), sincronico o diacronico, non si dà possibilità che queste siano utilizzate come elementi per un disegno urbano. Esse sussisteranno comunque ma senza rispondere a nessun disegno. Questo disegno infatti utilizza come propri elementi base proprio le architetture, le quali acquistano una doppia valenza, una propria come architettura, l’altra come parte di un insieme maggiore e propriamente urbana. Si potrebbe, solo a titolo di esempio, richiamare alla mente l’esistenza di alcune tipologie costruttive che si manifestano essenzialmente ad una scala “urbana”. È il caso dei portici, delle gallerie cittadine, ma anche dei modi di combinare tra loro corpi residenziali al fine di ottenere conformazioni di scala superiore, come cortili urbani o altri invasi di carattere pubblico. Qui è il caso di richiamare l'analogia teorica tra la città come testo architettonico e il discorso in generale, inteso come testo scritto o parlato, ma anche rilevare come in talune tradizioni urbane è ammessa la rinuncia al senso di un qualunque “discorso urbano”. Nell'assenza o presenza di un complesso ordine di lettura della città rispetto al mero manifestarsi delle architetture si gioca la scelta sul modello di città che si prende a riferimento. Per comprendere meglio questa differenza vale la pena riportare un passaggio tafuriano con riferimento a New York: L’uso della maglia regolare di arterie di scorrimento come semplice e flessibile supporto, per una struttura urbana di cui si vuole salvaguardare la continua mutevolezza, realizza l’obiettivo che la cultura europea non era riuscita a raggiungere. L’assoluta libertà concessa al singolo frammento architettonico si situa esattamente, qui, in un contesto che non viene condizionato formalmente da esso. La città americana giunge ad attribuire il massimo di articolazione agli elementi secondari che la configurano, mantenendo rigide le regole che la governano come insieme. Urbanistica e architettura sono finalmente scisse[17].
Da questo momento in poi si è ritenuto accettabile, rompendo con la secolare tradizione europea, che ci fossero due approcci disciplinari al problema della crescita della città, da un lato la razionalità dei numeri, dall’altro la follia della forma fine a se stessa. È sembrato cioè che bastasse ingrigliare lo sviluppo urbano per ottenere la città da un lato e la libertà architettonica dall’altro, questa però da considerare come elemento subordinato al piano e istituzionalizzando nient’altro che la dialettica schizofrenica del piano contrapposto al progetto. D’altra parte l’apparente libertà formale alla scala architettonica va davvero intesa solo come “sovrastruttura” dal momento che questa varietà non riguarda, ad esempio, le tipologie architettoniche con cui prende corpo la città. In questo momento l’architettura si è ripiegata su se stessa, sostanzialmente arrendendosi, e l’urbanistica ha cominciato ad ingegnerizzarsi esprimendosi, come una disciplina matematica, mediante numeri, indici, rapporti astratti che nulla più avevano a che vedere con la possibilità di conformare brani di città utilizzando le architetture e che nulla avevano a che vedere con l’architettura della città. Come non vedere in questo passaggio l’origine, non tanto della non-città, ma dell’abdicazione disciplinare rispetto al compito di comprendere la fenomenologia della città? Ora al di là del fatto che lo sviluppo, almeno in Europa, si sia già manifestato e che esso si sia espresso soprattutto in termini disurbani, cioè come potenza incontrollata capace di erodere tanto la città storica quanto il suo valore di modello di riferimento, infischiandosene anche delle griglie con cui almeno negli Stati Uniti si è tentato di mantenere una regola urbanistica, dal momento che si tratta di tornare sul costruito è bene comprendere che si deve trattare anche di tornare alla città se si vuole avere una qualche funzione nello stato di cose attuali. Si tratta, in sostanza, della necessità di riconquistare la possibilità di progettare lo spazio urbano e per farlo è necessario ristabilire un rapporto tra gli elementi della città, guardando alle relazioni tra gli oggetti più che agli oggetti stessi. Il riferimento metodologico potrebbe essere individuato in quello strumento/scala di intervento che in genere viene denominato il “piano-progetto”. Questa necessità implica anche una coscienza circa i limiti di una concezione “americana” della dimensione urbana rispetto alla tradizione europea, soltanto di qualche millennio più lunga. L’apparente libertà di configurazione della superficie esterna delle costruzioni, nell’indifferenza persino degli urti formali reciproci, è una modalità pseudo-autoriale di intervento che alimenta solo equivoci, fornendo anche materia a chi, ad esempio ancora oggi, nega la continuità strutturale e perciò necessaria tra città storica e contemporanea, dovendosi questa necessità intendere come capacità di intervenire con forme non mimetiche anche nei contesti urbani storicizzati. Quello che si deve chiedere a queste forme non deve essere un falso travestimento da altre epoche, ma un rapporto sincero e non narcisistico, con il contesto urbano. Ovviamente avere a rifermento la città storica, e in particolare il modello urbano delle piccole città storiche italiane[18], per ripensare la città contemporanea non va interpretato come una suggestione di ritorno al passato o peggio ancora come una, neanche velata, vena nostalgica. Si tratta “solo” di tentare di essere all'altezza degli insegnamenti che la città storica ci tramanda e di saperli tradurre in chiave contemporanea, aspirando ad essere autori di un'operazione che non si discosta da quanto fatto dai grandi architetti moderni quando si mostravano capaci di ridisegnare i capolavori del passato con le poetiche della loro attualità. Il compito dei nostri giorni è riuscire in quest'operazione alla scala urbana e non più semplicemente a quella architettonica, pena il destino de I barbari [che] si andavano spegnendo, insieme alle città che avevano desolate[19].
 
AGOSTO 2016

[1] C’è anche un film, del 2009, che comunica piuttosto bene il senso del disfacimento caratterizzante la fase che stiamo vivendo, un film che racconta la fine dell’antica Alessandria d’Egitto e, con essa, di un’intera epoca. Il titolo di questo film evoca il fulcro di ciò che viene a mancare, allora come ora: l’Agorà. Da un punto di vista simbolico Palmira, in quanto città, rappresenta un’aspirazione distruttiva se possibile maggiore di quella richiamata, ad esempio, dalle Twin Towers di New York.
[2] P. Virilio, Città panico, Raffaello Cortina Editore, Milano 2004, p. 18.
[3] M. Bellini, Le verità nascoste, in «DomusMille», marzo 2016, p.54.
[4] R. Piano, Diversamente politico, in «Periferie» n.1. Diario del rammendo delle nostre città, pp. 12-15.
[5] R. Piano, cit., p. 15.
[6] L. Benevolo, La fine della città, Laterza, Bari 2011.
[7] L’architetto non è un artista, ma semplicemente esercita un mestiere. Fino a qualche tempo fa si preoccupava di più della città, si sottometteva ai suoi desideri e alle sue necessità. Negli ultimi 10-15 anni è successo che chiunque si è sentito libero di esprimere la propria manifestazione artistica. Così è cominciato l’uso dei colori come il blu, il verde, il rosso, che sono dissonanti con le tonalità delle nostre città. E poi c’è l’uso di materiali come la plastica, il vetro, la lamiera, il ferro. Il tutto nella ricerca costante di un contrasto. Ma alla fine queste tendenze gridate passeranno di moda e diventeranno un peso.
M. Carmassi, La Toscana da rifare secondo l’architetto Carmassi. Cosa si salva e cosa no per il grande esperto di architettura contemporanea;
http://www.lanazione.it/toscana/cultura/2013/01/04/825386-massimo-carnassi-racconta-gli-interventi-di-recupero-in-toscana-che-secondo-lui-hanno-funzionato-o-no.shtml.
[8] Come M. J. Fox nella scena dell’assolo di chitarra in Ritorno al futuro.
[9] M. Tafuri, Progetto e utopia. Architettura e sviluppo capitalistico. Laterza, Bari 1973, p. 18.
[10] Eco di altre definizioni dello stesso tenore come ad esempio Storia dell’arte come storia della città di Argan, oppure la città come “la cosa umana per eccellenza”, di cui parlava Aldo Rossi.
[11] S. Settis, Se Venezia muore, Einaudi, Torino 2014, p. 22.
[12] L’énonciation architecturale in Id., Cartographies schizoanalytiques, Galielée, Paris 1989, trad. it. in «Millepiani», n.7, 1996.
[13] http://shrinkingcities.com/tema.0.html
[14] Cfr R. De Fusco, Semiologia architettonica in nuce, dove si legge: Il segno urbanistico. L’indagine semiotica dell’urbanistica non può prescindere da quella architettonica che, viceversa, può svolgersi con una certa autonomia; donde il motivo per cui finora ci siamo occupati della sola architettura ed abbiamo anteposto l’analisi del segno architettonico a quella del segno urbanistico. Tuttavia, la complementarità dei due sistemi non consente ulteriori rinvii, imponendo un’accurata analisi di quest’ultimo. Beninteso, parliamo di urbanistica - disciplina notoriamente multiforme ed inclusiva dei più vari interessi - non nell’ottica della pianificazione, ma nel senso dell’architettura della città, ossia dal punto di vista morfologico, quello cioè più pertinente all’attività dell’architetto, cercando di individuare le stesse o le analoghe componenti segniche, le stesse dicotomie forniteci dal modello linguistico e soprattutto le stesse indicazioni delle teorie visibiliste utilizzate nella definizione del segno architettonico.
Ne discende una considerazione cui già eravamo pervenuti per altra via e cioè che, mentre l’architettura può essere indipendente dall’urbanistica perché i suoi segni si organizzano in un autonomo sistema, viceversa l’urbanistica non può prescindere dall’architettura in quanto la componente «significante» di ciascun suo segno si realizza solo in un sistema di segni architettonici. La formula della semiotica connotativa, ovvero, nel nostro caso, questo legame che unisce in un solo sistema urbanistica e architettura, nulla togliendo all’autonomia strutturale di quest’ultima, ci sembra risolvere in un modo abbastanza soddisfacente e forse esaustivo la vexata quaestio del rapporto fra le due discipline, sul quale s’è scritto tanto e coniato persino qualche curioso termine come «urbatettura».

[15] A. Rossi, L’architettura della città, CittàStudiEdizioni s.r.l., Milano 1975, p. 220.
[16] Autoreferenzialità relativa all’architettura intesa come dimensione di intervento e non come forma costruita.
[17] M. Tafuri, cit., pp. 39-40.
[18] M. Bellini, cit., p. 54.
[19] A. Rossi, cit., p. 242.