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RURALIA - Il dibattito.
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Alessandro D'Aloia 08/2017

L’undici giugno del 2017 nell’ambito degli eventi organizzati nella Valle delle Orchidee da parte dell’Amministrazione comunale di Sassano si è svolta a cura del GAV (Gruppo Architetti del Vallo di Diano) Ruralia – Interventi nel paesaggio rurale, un convegno all’aperto, in località Gràvola di Sassano, nei pressi di un ovile preso a simbolo del tipo di architettura nel paesaggio rurale sul destino della quale il convegno si è voluto interrogare. L’ovile di riferimento è diventato per un giorno il segno/luogo di discussione attorno al tema della ruralità, alla ricerca di una modalità di intervento compatibile con le istanze di conservazione e di innovazione necessarie a questi luoghi per potersi proiettare al futuro senza rinunciare alla propria intima natura. Grazie al lavoro di un gruppo di attivisti del GAV, in particolare di Alex Cancellaro, Rosmery Lagalla, Cinzia Trezza e Settimio Rienzo, che si sono occupati dell’allestimento dell’area prospiciente l’ovile con opere reversibili in legno al fine di “segnare” un invito a visitare sia l’architettura che il convegno, è stato possibile tenere una discussione insolita, alla quale ogni interlocutore ha partecipato con un tono la cui informalità è stata senz’altro aiutata dal contesto del tutto naturale in cui si è svolta. Lo schema di discussione è stato impostato con un giro di domande su ognuna delle quali gli interlocutori sono stati invitati ad esprimersi. Le domande, preparate precedentemente, sono state inviate ai partecipanti in modo che potessero inquadrare preventivamente il tema di discussione. Inoltre si è pensato di dividere la giornata in due parti, la mattina per la discussione a giro, il pomeriggio riservato alle Associazioni attive sul territorio invitate a presentare i propri lavori su temi simili.

Per completezza e chiarezza si riportano di seguito le domande poste e di seguito la discussione svolta, divisa per ambiti pertinenti alle rispettive domande. Dei partecipanti[1] soltanto l’architetto Giovanni Villani, Responsabile settore Paesaggio della Soprintendenza di Salerno non ha potuto infine partecipare.

 

Schema delle domande

Il contesto locale offre ancora preziose aree di rilievo paesaggistico, come appunto il posto in cui ci troviamo (località Gràvola di Sassano), ma è anche evidente che negli ultimi decenni l’alterazione del paesaggio ha subito una accelerazione devastante e irreversibile, nonostante la copiosa quantità di norme e regolamenti a tutela del paesaggio.

 1. Cosa pensi ci sia di sbagliato nel quadro attuale (normativo, politico, socio/culturale, economico)? e quali proposte concrete si potrebbero avanzare per superare l’attuale situazione?

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2. L’istituzione del solo vincolo di tutela, non garantisce di per sé la sopravvivenza di questi paesaggi perché resta in capo all’iniziativa del singolo intervenire per la manutenzione dei manufatti. Quali altri strumenti ed iniziative si potrebbero mettere in atto?

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Di questo paesaggio parte fondamentale sono gli edifici rurali tradizionali, residenziali e di servizio all’attività agricola, che con le loro caratteristiche dimensionali tipologiche e dei materiali costruttivi hanno costituito per secoli anche un riferimento culturale oltre che estetico.

Lo sviluppo edilizio a partire dagli anni ’60-70 si è affiancato o sovrapposto a queste tipologie senza affermare in sostituzione nessun linguaggio peculiare e un modello culturale di riferimento.

3. In che modo è da interpretare oggi lo sviluppo della nostra zona: è ancora possibile parlare di vocazione agricola ed in quali declinazioni?  Se non è così, verso che modello di sviluppo stiamo andando?

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Le aree montane del nostro territorio sono state in passato sede di numerose attività produttive agro pastorali e boschive, settori che hanno naturalmente segnato e caratterizzato il paesaggio (si pensi solo ai muri a secco, ai tratturi e agli ovili...).

Superato un periodo di grande disinteresse, sembra oggi tornare l’attenzione sulle potenzialità di sviluppo di realtà economiche, anche non tradizionali, legate alla montagna: eno-gastronomia, turismo lento, prodotti tipici etc.

4. Qual è il giusto approccio per garantire al tempo stesso la conservazione del carattere tradizionale ed adeguare i manufatti e i luoghi alle nuove esigenze?  Come succede in altri contesti rurali, è possibile anche qui proporre linguaggi contemporanei capaci di dialogare con le nostre architetture tradizionali senza stravolgere quelle aree di particolare sensibilità paesaggistica?

 

Dopo l’introduzione del presidente del GAV, Maurizio Cocilova, e i saluti dell’Assessore all’Ambiente, Scuola e Cultura del Comune di Sassano (SA), Avv. Mario Trotta, il quale ha espresso soddisfazione in merito al fatto che per la prima volta ad una manifestazione come La Valle delle Orchidee si è organizzata un’iniziativa con il compito di discutere concretamente di temi che riguardano il nostro contesto paesaggistico, dove il turismo che può essere praticato non può avere i connotati di un turismo di massa ma deve trovare modi e spazi diversi da quelli consueti e dove il recupero di questi spazi particolari e delicati è un tema sul quale le amministrazioni attendono indicazioni da consessi come questo, si è avviata la discussione nel merito.

 

Ambito della prima domanda

Maria Gabriella Alfano (Presidente Ordine Architetti): è sempre un piacere partecipare alle iniziative del Gav che propone ogni volta un’esperienza più interessante dell’altra. Continuerò a seguire il territorio anche in veste di consigliera delle “aree naturali”, quando non sarà più presidente dell’Ordine degli architetti.

[Arrivo del sindaco Tommaso Pellegrino…]

Ricordo come la mobilitazione del Parco e degli altri enti di tutela abbiano scongiurato l’iniziativa petrolifera della Shell (vedi articolo: L’incompatibilità genetica del Vallo di Diano con l’attività estrattiva). Tornando al tema di Ruralia, ci interroghiamo su cosa sia il paesaggio se non la confluenza di tutto, dall’agricoltura alla città, insieme all’uso che del territorio hanno fatto le comunità. Pongo la questione dell’interdisciplinarietà del tema e del problema della rigidezza dei vincoli. Si dovrebbe considerare una graduazione maggiore del sistema vincolistico in modo da scongiurare quello che pure capita in zone protette dove magari un singolo appezzamento di terreno può essere per metà non tutelato e per l’altra metà vincolato rigidamente, con il risultato che il coltivatore di quel terreno sa solo che su una parte non può farci quello che normalmente fa sull’altra parte. È possibile superare quest’impostazione? Un’altra questione che mi pare interessante da discutere è: ma le Leggi tutelano il territorio? Ad esempio dopo il terremoto nella 219 fu inserito una norma perversa, quella relativa al “limite di convenienza”, a causa della quale si sono demoliti tutti i fabbricati rurali danneggiati dal sisma solo perché era “non conveniente” ripararli. È un esempio di una distruzione su larga scala di fabbricati tradizionali determinata dal modo in cui è stata concepita una legge. Infine non si può non parlare dei PSR (Piano Sviluppo Rurale). Il PSR dà delle priorità e queste priorità sono, ad esempio, l’utilizzo delle energie alternative. Ma se si parla di energie alternative si va certamente in contrasto con la tutela del paesaggio. Immaginiamo l’impatto visivo delle wind farm, ad esempio.

 

Luigi Pandolfo (GAV): purtroppo dal momento che l’arch. Villani non è potuto venire non potremo avere il suo contributo fondamentale sul tema della salvaguardia.

 

Teresa Rotella (Ordine Architetti SA): condivido la posizione dell’assessore Trotta. Oggi il turismo si è molto evoluto, si ricerca paesaggio, qualità architettonica enogastronomia particolare. Questo territorio avrebbe le caratteristiche adatte per rispondere a questo tipo di richiesta turistica. Però per anni la politica ha tralasciato l’aspetto del turismo e della salvaguardia di questo tipo di valori. L’agricoltura biologica è un altro grande tema. Se ne potrebbe fare tanta, sono molti i terreni incolti, ma non c’è un volano che spinge in quella direzione. Ad esempio i casolari: ce n’erano tanti nel Vallo di Diano, ma quanti ne sono stati distrutti e non solo nella pianura ma anche nei nostri centri storici, dove si è intervenuto senza pensare di salvaguardare molti edifici che pure meritavano di essere tutelati? Questo tipo di fabbricati bisognerebbe mapparli, classificarli e in qualche modo proteggerli, anche se ancora non sappiamo come impiegarli.

 

Gabriella Alfano: la questione è che a seguito della distruzione di molte testimonianze del passato, la gente si è poi trovata spaesata dalle tipologie edilizie che hanno sostituito le preesistenze, non riconoscendosi più in ciò che è stato costruito.

Teresa Rotella: Basta guardare cosa è successo a San Mango Sul Calore, il paese simbolo dei danni prodotti da una Legge: la 219. Un intero paese montano, spianato, trasformato cioè in collina. Questa operazione di spianamento, che ha raso al suolo anche ciò che si poteva recuperare dopo il sisma dell’ottanta è stata giustificata dalla volontà di introdurre tipologie edilizie più intensive cancellando ogni punto di riferimento paesaggistico. Ne è venuto fuori un paese anonimo completamente diverso da quello di prima.

 

Maurizio Cocilova: queste questioni tirano in ballo direttamente la politica. Se leggi sono sbagliate probabilmente lo sono perché chi le ha scritte non aveva le competenze adeguate per poterlo fare. Però è probabile che la responsabilità sia stata anche degli ordini professionali, che non hanno saputo sopperire, anche imponendosi se necessario, al deficit di competenze di chi le leggi le scriveva. Gli ordini degli Architetti e degli Ingegneri, ad esempio, avrebbero potuto e dovuto trovare forme di collaborazione con le istituzioni statali per definire un quadro di intervento post sisma capace di pensare alla ricostruzione insieme alla salvaguardia.

 

Teresa Rotella: una cosa buona nella 219 c’era ed era l’adeguamento sismico che doveva essere però condizione per non demolire.

 

Maurizio Cocilova: sì, ti riferisci al “miglioramento sismico”, che permetteva di intervenire nei casi da tutelare senza procedere alla demolizione e successiva ricostruzione in cemento armato, ma permettendo di accettare un semplice miglioramento del comportamento statico in luogo della prescrizione di rendere completamente antisismica una costruzione, secondo i criteri di una costruzione ex novo.

 

Teresa Rotella: sì, hai ragione.

 

Michele Pagano (GAV): io penso che una legge non dovrebbe mai essere calata dall’alto senza tenere presente le condizioni locali. Ma torniamo al fuoco della prima domanda: Cosa pensi ci sia di sbagliato nel quadro attuale (normativo, politico, socio/culturale, economico)?

 

Gabriella Alfano: grosso modo le cose che volevo dire le ho già accennate prima. Quello che posso aggiungere su questa prima domanda è relativo al problema dei PUC. Si stanno redigendo in tutta la Regione, ma probabilmente rimanendo nel solco di visioni complessive ancora legate a vecchi modi di pensare. Ad esempio, la destinazione agricola e il concetto dell’asservimento. Che cosa comporta la possibilità di accorpare ai fini volumetrici terreni anche lontanissimi tra loro? Che senso ha questa possibilità, dove si vuole arrivare?

 

Assessore Marotta: parlando da avvocato posso dire che di leggi in Italia ce ne sono troppe e spesso anche scritte male. Però penso che il problema principale è rappresentato dall’impossibilità di controllare il territorio. Le leggi sulla carta possono essere anche ottime, poi però non si scende mai nel concreto della loro applicabilità e non si dà mai la possibilità agli enti che devono farle rispettare di controllare davvero che lo siano. È questo quello che a mio avviso ancora manca.

 

Teresa Rotella: una buona pratica sarebbe quella del progettare con i cittadini. In passato qualche tentativo veniva fatto. Oggi la partecipazione è diventata un passaggio burocratico imposto per legge senza una vera messa in pratica. La “strategia delle aree interne” ad esempio sembra semplicemente uno slogan, senza convinzione.

 

Ambito della seconda domanda

Michele Pagano: a volte capita che il vincolo sull’area non implichi la tutela degli edifici. In sostanza il vincolo è un semplice atto burocratico senza conseguenze concrete.

 

Gabriella Alfano: apporre un vincolo diretto su ogni fabbricato è impossibile. Inoltre è anche percepito negativamente dalla gente. Il passaggio è più culturale che di salvaguardia in sé. È più importante far capire il valore di certe cose piuttosto che apporre semplicemente dei vincoli. La questione è come si fa a far capire che il paesaggio ha un valore.

 

Teresa Rotella: uno studio o una mappatura come fatto da #RuRaLab è sicuramente qualcosa di utile.

 

Paolo Biancamano (#RuRaLab): siamo un gruppo di architetti e ingegneri che da quattro anni fa un lavoro di mappatura del patrimonio storico. Non è vero che non ci sono degli strumenti di tutela innovativi. Questo è vero per l’Italia, ma non in assoluto. Ci sono ad esempio le Raccomandazioni Unesco, le quali cercano di superare il concetto di vincolo. Significa che si possono fare le cose purché si facciano secondo delle chiare Linee Guida. Tornando al nostro lavoro: abbiamo cominciato a mappare una serie di edifici che non si trovano neanche al Catasto. Come abbiamo fatto a trovarli? Abbiamo preso la mappa del catasto di inizio ‘900, l’abbiamo sovrapposta a quella attuale ed abbiamo cominciato a cercare gli edifici che erano spariti dal catastale, andando poi a verificare in sito con i droni, dal momento che molti di questi fabbricati sono ormai nascosti da diversi strati di vegetazione. In questo modo abbiamo mappato 72 edifici, ruderi rurali ormai scomparsi anche dal catasto. Purtroppo il problema di questi edifici è che sono parcellizzati all’infinito e ormai in proprietà di persone che non sanno probabilmente neanche della loro esistenza.

 

Luigi Pandolfo: oggi sarebbe interessante fare un passo avanti in chiave propositiva. Dal momento che si stanno redigendo i PUC dei diversi paesi della provincia, sarebbe interessante riuscire a mettere a punto delle proposte concrete da poter inserire nei processi di definizione dei PUC per quanto riguarda la salvaguardia degli edifici rurali. La salvaguardia del patrimonio identitario è qualcosa che bisogna farla a partire dagli strumenti di pianificazione più diretti, senza aspettare qualche legge risolutiva che potrebbe non giungere mai.

 

Ambito della terza domanda

Michele Pagano: è un quesito che riguarda anche il legame tra l’architettura e l’agricoltura, un legame stretto, che negli ultimi cinquant’anni è venuto completamente meno. La stragrande maggioranza degli edifici contemporanei non ha nessuna relazione con delle funzioni specifiche, ma neanche più indirettamente con il proprio territorio o con il proprio contesto. Chi vuole parlare su questo?

 

Assessore Marotta: la vocazione agricola si perde innanzitutto perché manca questo tipo di forza lavoro. Dal punto di vista dell’iniziativa pubblica manca una diversificazione degli interventi. Ci sono i PSR, ma quali di queste attività sono durature e non fine a se stesse? E qui torniamo al tema del controllo. Gli ambienti rurali andrebbero valorizzati attraverso l’inserimento in dei circuiti adeguati.

 

Michele Pagano: aggiungerei che la problematica degli edifici privi di un linguaggio e di una vocazione riconoscibile, vacazione che non si limitava alla cosiddetta “campagna”, ma investiva anche i centri storici, e che è stata distrutta dal terremoto in poi è una responsabilità anche dei tecnici che operano sul territorio, i quali si piegano, e sono costretti a farlo, ai desiderata dei propri committenti privati. E questa problematica tira in ballo un discorso molto più ampio sul malinteso rapporto tra progettazione e committenza.

 

Gabriella Alfano: anche la cosiddetta vocazione agricola andrebbe poi concretizzata. In che senso un territorio ha una vocazione agricola?

 

Assessore Marotta: questa zona era famosa per le patate, ad esempio. Ma oggi questa vocazione è venuta meno, perché il solo fatto di essere meno accessibile dei terreni in pianura rende i costi di produzione più elevati rispetto alla norma e perciò “antieconomica”. Non può considerarsi come una produzione intensiva, ma solo di nicchia con tutti i problemi che questo comporta anche dal punto di vista della salvaguardia del territorio, perché si sa che un territorio utilizzato è, in qualche modo, anche controllato e salvaguardato, ma questo diventa più difficile se l’attività langue. Anche qui bisogna creare un minimo di infrastruttura senza la quale ogni discorso resta teorico.

 

Gabriella Alfano: è importante pensare delle produzioni che possano entrare in un circuito di vendita, in cui ci sia la sicurezza di vendere ciò che si produce. Qui il solo fatto di essere dove siamo, con una produzione che potrebbe vantarsi di venire dal Parco Nazionale, genererebbe sicuramente la possibilità di avviare anche delle produzioni che potrebbero diventare dei marchi di garanzia di qualità. Cioè il problema del prezzo concorrenziale di mercato va in qualche modo raggirato puntando sulla qualità, piuttosto che sulla quantità.

 

Michele Pagano: in genere si può notare che la qualità dell’architettura viaggia in parallelo con la qualità dei prodotti di un territorio. C’è una relazione tra diversi settori dell’attività umana che puntino tutti alla qualità.

 

Luigi Pandolfo: ad esempio, il fondo PSR. Per come funzionano non servono granché alla salvaguardia del territorio, perché vengono erogati ad aziende che hanno una certa strutturazione, ma noi sappiamo che la salvaguardia del territorio è fatta soprattutto dalle piccole aziende rurali, dai contadini organizzati ancora secondo logiche di conduzione familiare. Poi accanto a questo ciò che sembra fondamentale è il discorso per così dire “identitario” di orgoglio per una storia produttiva e le sue tracce materiali. Se non c’è orgoglio da parte nostra su questo sarà difficile vendere agli altri quello che produciamo.

 

Una conduttrice di terreni con produzioni biologiche sperimentali presente alla discussione: c’è una questione che va tenuta presente. Territori come questo della Valle delle Orchidee sono immediatamente pronti per colture biologiche ad esempio. Cosa che non succede per i terreni in pianura, per il semplice motivo, che la presenza di concimi rende quei terreni inadatti alla produzione biologica prima di 5-10 anni, lasso di tempo necessario per ottenere che il terreno si liberi dai residui della concimazione industriale.

 

Michele Pagano: i bandi dei PSR a volte sono generali e non legate alle esigenze particolari dei territori. Infatti sarebbe necessario poter intervenire maggiormente in fase di redazione dei bandi dei PSR.

 

Pausa pranzo

 

Paolo Biancamano (#RuLaLab): il nostro gruppo si è composto a partire dal workshop fatto a Sassano sul “Paesaggio storico urbano” (vedi articolo: Video racconto parziale del workshop del 17 e 18 gennaio 2014 a Sassano (SA) “governare le trasformazioni del paesaggio storico urbano”). Abbiamo definito l’Indice di trasformabilità di un paesaggio. A partire dalla sovrapposizione di mappe di epoche diverse, abbiamo osservato come il paesaggio si è trasformato nel tempo, notando che alcune zone si trasformano più di altre. Poi abbiamo fatto un lavoro su Roscigno Vecchia, nel quale a partire dalle mappe di impianto del catasto abbiamo potuto osservare come intere aree abitate, vecchie frazioni di Roscigno Vecchia, siano nel tempo completamente sparite. Con il drone abbiamo poi riscoperto queste abitazioni. Con questa metodologia abbiamo deciso di fare la stessa cosa sulle aree montane del Vallo di Diano, a partire soprattutto da Sassano. Così abbiamo riportato alla memoria i cosiddetti edifici dimenticati. Abbiamo deciso poi di classificarli tipologicamente.

 

Luigi Esposito (#RuLaLab): il lavoro è inserito in un contesto più ampio che è intitolato Lo sviluppo di un binomio. In base alla volumetria e alla posizione sono state fatte delle ipotesi funzionali, considerando questi edifici non isolatamente ma come facenti parte di una rete. Sono tutti edifici realizzati in pietra, alcuni di volumetria anche importanti, che presentano, ovviamente, tutte le caratteristiche dell’architettura biologica: materiali bioecologici tratti dallo stesso ambito eco-regionale, filiera corta, riduzione del consumo energetico e così via. Sono tutti pensati per un consumo minimo di suolo, anche perché il terreno serviva all’agricoltura. Sono quasi tutti inseriti anche nel terreno a sostegno dello stesso, come questo che abbiamo di fronte.

 

Giovanni D’Alessio (#RuLaLab): spiegherò il metodo cartografico. Per fare questo lavoro abbiamo sovrapposto sostanzialmente tre cartografie di riferimento, pur avendo fatto riferimento ad altre cartografie: la catastale attuale vettoriale geo-riferita in ambiente CAD; la catastale d’impianto (1897-1904) geo-riferita in ambiente GIS e prima carta “tecnica” del nostro territorio; la CTR (Carta Tecnica Regionale). La difficoltà era rappresentata dal fatto di riportare sulla CTR, che è una carta disegnata dall’alto mediante rilevamento aerofotogrammetrico, edifici derivati dall’indagine sulla catastale d’impianto che è una carta disegnata da terra e senza deformazioni. Superata questa difficoltà è stato possibile attraverso specifici “operatori di ricerca” individuare quegli edifici che presenti nel catastale d’impianto erano scomparsi dalla CTR. Ne sono venuti fuori settantadue, che poi sono stati posizionati sia sull’atlante storico sia sulla CTR attuale. Alla fine questo lavoro nella sua completezza è stato trasferito in un ambiente Google Maps, in modo che gli edifici siano visibili anche a chi non abbia familiarità con ambienti CAD e GIS.

 

Paolo Biancamano: l’intento di questo lavoro era quello di rendere divulgabile la ricerca. In modo che questi edifici scomparsi e ritrovati possano ad esempio costituire i nodi di percorsi montani da inventare, guardando anche ad un turismo diverso da quello tradizionale, basato su itinerari tematici.

 

Teresa Rotella: vorrei dare un suggerimento. Dovreste raccordarvi ai lavori che già esistono come quello coordinato dal Prof. Paride Caputi e Giancarlo Priante (amatore del trekking), che aveva individuato 270 km di percorsi montani in tutto il Vallo di Diano.

 

Paolo Biancamano: sì però quel lavoro è stato considerato. Infatti la base del nostro lavoro è La rete ecologica del Prof. Di Novella che già contiene molti “layer di conoscenza” derivati dai lavori precedenti.

 

Luigi Esposito: in realtà noi stiamo lavorando anche sui percorsi che univano questi edifici. Perché sono ancora presenti anche se non più praticati e ci vuole davvero poco per ripristinarli anziché procedere con percorsi completamente ex-novo come si è fatto finora.

 

Gabriella Alfano: alla fine molto probabilmente il maggiore problema di questo lavoro sarà quello di confrontarsi con le proprietà, iper-parcellizate, e che alla fine sono il primo vero ostacolo per qualsiasi tipo di iniziativa su questi fabbricati.

 

Luigi Pandolfo: infatti proprio per questo problema abbiamo chiamato Liviano Mariella di Recollocal, promotore di un lavoro che si è spinto avanti fino ad elaborare delle proposte sul riutilizzo di questo tipo di fabbricati, indicendo un con concorso di idee sugli Jazzi.

 

Liviano Mariella (Recollocal): io mi occupo sostanzialmente di due progetti. Il primo, “Recollocal” è una piattaforma di rigenerazione urbana dal basso. Nasce come piattaforma perché tenta di mettere insieme una comunità di pratiche. È focalizzata principalmente sugli spazi pubblici urbani. L’altro progetto è il progetto “Jazzi”, che è focalizzato soprattutto sul rurale. In ambo i casi si tratta di progetti di “ricerca-azione”. Jazzi si preoccupa di riattivare e valorizzare il paesaggio materiale e immateriale del Monte Bulgheria. Gli Jazzi sono fabbricati come questo al quale siamo di fronte utilizzate come ricovero degli animali. Che significa andare a ragionare su un paesaggio che non ha più un uso? Questo è il tema. Sul Monte Bulgheria abbiamo mappato settanta Jazzi solo nella frazione di Licusati. Di questi settanta solo sei sono utilizzati ancora per la loro funzione originaria. Cosa ne facciamo di questo patrimonio? Quali possono essere gli usi contemporanei? C’è un’attenzione per nuove forme di fruizione del paesaggio, legate ad un tipo di turismo. Dall’altra parte però ci sono generazioni nuove sia di agricoltori che di pastori con i quali stiamo stabilendo dei legami. Si tratta di un patrimonio privato. Il nostro intento è di coinvolgere i proprietari per giungere a recuperare tre o quattro di questi Jazzi per un uso notturno il cosiddetto “rifugio di montagna” che potrebbe tornare utili tanto ai pastori, quanto agli escursionisti. Ci stiamo confrontando con tutti, eccetto che con le istituzioni, almeno in questa fase. Siamo partiti da un progetto di ricerca che giungerà a breve all’azione, dal momento che riusciremo a ristrutturarli. Inoltre c’è anche la volontà di elaborare degli eventi culturali artistici “site specific”, quindi sperimentando delle performance situate intorno a questi fabbricati. È un progetto “altamente fallimentare” perché ha che fare con dinamiche complesse tra cui la mentalità e il linguaggio utilizzato dai nostri interlocutori. Stiamo creando, ad esempio, l’albo di manutenzione di questo paesaggio, in modo da raggirare sia l’approccio dei finanziamenti a pioggia che cadono sul territorio in modo del tutto casuale, sia nuove forme di speculazione. Abbiamo fatto un concorso internazionale sul lato Licusati del Monte Bulgheria. Il comune di Camerota ha 70 km di sentieri.

 

Ivan Di Palma (La Terra mi tiene): confesso: è la mia prima volta nella Valle delle orchidee. A proposito di progetti fallimentari: che cos’è La terra mi tiene? Nasce come un forum di incontro tra diverse associazioni che parlavano di petrolio ed energie alternative, molto interessante per un paio d’anni prima di diventare uno “sfogatoio” abbastanza autoreferenziale. Per cui dopo un po’ abbiamo eliminato questo aspetto e lasciato solo quello che ci piaceva. Si tratta di un luogo di incontro per comunità tutt’altro che “provvisorie”, contrariamente a quanto sostiene Franco Arminio. Incontri in cui si panifica nei vecchi forni del centro storico di Atena Lucana. Si fa il pane e si fa festa. Di solito piove ogni anno. Quest’anno non ha piovuto ed è andata benissimo. Il tema che probabilmente è il nesso con questa giornata di discussione e su cui noi vorremmo porre l’attenzione è quello del forno, la loro funzionalità, l’uso dei materiali più adatti. Il rapporto simbiotico tra il forno e il panificatore, un po’ come tra il pastore e il gregge, che è quello che si è perso nel tempo. Oggi il rapporto che quotidianamente si stabiliva con il territorio, come ad esempio i sentieri mantenuti puliti dal continuo passaggio degli asini e delle capre, è qualcosa sul quale non si può più contare. Certo allora si potrebbe pensare ad una forma di incentivazione di un tipo di zootecnia autentica, non drogata ad 800 Euro a capo. Il problema è che l’intera zootecnia dell’Appennino meridionale è morta, perché noi non produciamo più niente. Il trekking in sé e per sé non serve a niente, perché io vado in Piemonte a fare il trekking se e solo se poi posso assaggiare il formaggio, altrimenti non vado lì ma da qualche altra parte. Ad oggi noi qui manteniamo una ruralità autentica che ci permette di offrire un turismo esperienziale.

 

Michele Pagano: stamattina si diceva che non si può utilizzare questo territorio per produrre dei prodotti da vendere perché non si ha la quantità.

 

Ivan Di Palma: come non si può produrre per vendere? Noi qui sopra possiamo produrre, se mettiamo all’angolo i vaccari, patate e grano di altissima qualità in piccole quantità. Non si tratta solo di sapore ovviamente, ma anche di resistenza. Le patate biologiche resistono meglio e si possono friggere meglio. Io sono contento quando vedo tre quattro ettari a peperoni cruschi nel Vallo lungo il fiume. Solo che poi quando vado a chiedere come li hanno prodotti mi rendo conto che non si può parlare di produzione biologica. Il più grande disegnatore del paesaggio è il contadino. Quando si fa un impianto di vigneto si sta disegnando il territorio. Bisogna appropriarsi delle terre e produrre qualcosa che abbia un valore, che vada a rinsaldare dei legami di comunità. Quello su cui dobbiamo lavorare è zappare continuamente i rapporti con le persone che abbiamo più vicino. Le aziende agricole di oggi sono per lo più aziende drogate economicamente che finiranno quando finiranno i finanziamenti. Ad Atena, ad esempio, abbiamo scelto di lasciare i forni esattamente come sono. È un voler spalancare le finestre sulla miseria. Noi siamo di passaggio sulla terra ma lasciamo dei segni. Ciò che dobbiamo avere chiaro in testa è quello per cui facciamo le cose. Se riusciamo a dare una funzione a questi luoghi è importante, ma più importante ancora è trovare persone che riescono a dare un valore funzionale alle cose.

 

Michele Pagano: la quarta domanda che poi non abbiamo avuto ancora modo di porre era proprio su questo tema. Cioè dare una nuova funzione agli edifici significa non solo tenere un edificio così com’è. A volte può essere interessante anche fare un intervento contemporaneo accanto alla preesistenza. Una delle questioni per cui vogliamo parlare di edifici rurali è quella di non aver paura di accostarsi a queste architetture con un “sentire” contemporaneo.

 

Luigi Pandolfo: il problema principale degli interventi di oggi è che si fanno cose senza senso, mentre questi fabbricati hanno un loro senso fortissimo. La sfida è riuscire a trovare un senso al modo di intervenire oggi anche su questi fabbricati.

 

Ivan Di Palma: l’interpretazione estetica di queste fatti tradizionali è delicatissima. Perché se si basa sulla nostalgia, sul gioco del critico d’arte e dell’artista, può portare anche a risultati apprezzabili, ma sempre facendo attenzione a non far prevalere il dato autoriale sul contesto. Perché c’è un problema rappresentato da grossi personaggi che cercano di mettere la propria firma, il proprio marchio, su intere categorie come “il paesaggio”, “l’Appennino”, esprimendo punti di vista risolutori, quasi da guru. Il problema invece è riagganciare tutto all’uomo, evitando la specializzazione dei saperi. La cosa da fare più che discutere è cominciare a fare le cose. Magari si sbaglia, ma pazienza. Bisogna mettere un argine a delle interpretazioni solo estetiche. Ognuna di queste interpretazioni non fa altro che trasformare anche le montagne in nient’altro che dei luna park, dei parchi di divertimento.

 

Luigi Pandolfo: ma avete censito i forni che ci sono nel centro storico di Atena?

 

Antonio Giordano (La Terra mi tiene): bisogna calcolare che prima ogni casa del centro storico aveva un forno, ogni famiglia preparava il pane almeno un volta a settimana. Dagli anni ’60 agli anni ’80 già era cominciata una crisi della panificazione tradizionale, ma la dismissione definitiva, se così si può dire, si è avuta dagli anni ’80 in poi con la dislocazione del centro abitato verso la valle. Gli animali sono stati proibiti nel centro storico e gli asini sono andati al macello. I forni hanno grandezze che vanno da tre a dodici panelle (pani). Ma non ci sono i cosiddetti “forni comunitari”.

 

Sandro Cimino (Outdoor Cilento): la fruizione del paesaggio potrebbe essere il tema che accomuna un po’ tutti i discorsi. Outdoor Cilento si occupa di escursionismo e valorizzazione del territorio. Attualmente abbiamo un buon seguito perché vogliamo goderci un po’ di più le passeggiate, senza inserire mete troppo difficili, permettendo di fare fotografie. In questo modo anche le famiglie possono partecipare. L’obiettivo è quello di far conoscere il territorio anche nei suoi volti meno noti. È chiaro che se lungo i percorsi ci fossero delle strutture utilizzabili, dei rifugi si tratterebbe di un valore aggiunto alle escursioni, anche se contraddicendo la mia formazione da architetto, devo dire che spesso questi edifici mi piacciono così come sono.

 

Qui la registrazione del dibattito è esaurita.

 

Conclusioni parziali – il progetto di tutela

Da quanto condiviso in questa giornata di approfondimento sul tema generale della ruralità emergono alcuni punti utili per l’intervento nel paesaggio rurale che potrebbero essere sintetizzati come segue sotto il titolo Il progetto di tutela:

1. Abbandonare la logica “attendista” riassunta nella speranza di una qualche legge risolutiva sul tema della salvaguardia del paesaggio, per almeno tre motivi: a) può darsi che una legge risolutiva non giunga mai; b) può darsi che non sia risolutiva e anche dannosa; c) di leggi ce ne sono fin troppe, senza che questo abbia finora significato qualcosa di concreto per la salvaguardia; rapportarsi semplicemente alla normativa che c’è facendone, ove possibile, un uso “creativo”;

2. Aderire ad una logica propositiva, provando a fare qualcosa dandosi dei metodi impostati alla volontà di superare l’approccio vincolistico e spostandosi verso un approccio per “linee guida”, dove non è fondamentale sapere cosa “non si può fare”, ma “come si deve fare quello che si può fare”. Questa fase è utile anche a definire, facendo, le metodologie più corrette del fare, avendo magari nella Soprintendenza l’interlocutore privilegiato. È in questa fase che si vagliano le regole del progetto architettonico (materiali, tecniche di intervento, etc.). È necessario anche cercare, ove possibile, di entrare nei processi istituzionali in atto per concretizzare le idee di tutela. Ad esempio, considerando la fase di formazione dei PUC, ma non solo, al fine di scongiurare la logica delle due fasi separate: prima la pianificazione poi la tutela (che non arriva mai).

3. Continuare a sviluppare il processo conoscitivo sul territorio per la definizione dell’oggetto della tutela, mediante operazioni di mappatura e schedatura (anche qui c’è una legge, la L.R. 26/02 “Norme ed incentivi per la valorizzazione dei centri storici della Campania e per la catalogazione dei Beni Ambientali di qualità paesistica. Modifiche alla Legge Regionale 19 febbraio 1996, n.3”, che però ormai è come un’enorme nave arenata) di fabbricati, aree, reti e quanto di volta in volta vada a costituire l’oggetto del “progetto di tutela”, adoperando le tecnologie di rilevamento e mappatura più attuali disponibili.

4. Interrogarsi, utilizzando metodologie di condivisione e discussione collettiva, come workshop, concorsi di idee, sugli usi possibili in cui gli oggetti di studio (fabbricati legati alla tradizione rurale ormai in disuso, sentieri, ex aree rurali ora incolte e così via) possono ritrovare un ruolo attuale, coinvolgendo soprattutto gli attori più prossimi alle aree di studio, nella consapevolezza che sarà, in qualche modo necessario superare/raggirare anche il problema della parcellizzazione della proprietà (su questo tema parziale, ma essenziale, invece sarebbe auspicabile una legge che permetta l’agevole acquisizione al patrimonio pubblico delle proprietà abbandonate/ultra-frammentate), utilizzando forme di convenzione tra privati.

5. Inserire gli attori più prossimi alle aree di studio nei progetti di tutela, candidandoli all’assegnazione di specifici aspetti gestionali dei progetti di tutela in formazione, ricorrendo ad un tipo di coinvolgimento non necessariamente economico, ma con l’intento di farne i referenti principali di eventuali finanziamenti mirati, in una logica di superamento dell’incentivazione “a pioggia” su soggetti finanziari già auto-sufficienti, come accade ad esempio con i PSR.

6. Ragionare sugli usi possibili in una visione “integrata”, capace di tener conto che l’offerta finale non può limitarsi alla restituzione degli oggetti di studio e di tutela alla loro integrità (solo estetica), se questa non è legata ad un valore d’uso chiaramente definito. Valga l’esempio: “Il trekking in sé e per sé non serve a niente, perché io vado in Piemonte a fare il trekking se e solo se poi posso assaggiare il formaggio”. Si tratta in definitiva di inserire gli oggetti della tutela in un loro, seppure specifico, mercato, tenendo presenti, in modo interdisciplinare, le strategie necessarie ad alimentare mercati anche di nicchia. Il progetto di tutela di un bene, o di un sistema di beni paesaggistici, deve necessariamente contemplare una strategia finanziaria capace di fornire l’autosufficienza economica del sistema di beni tutelato una volta recuperato all’uso, e se possibile, anche le risorse economiche necessarie agli interventi (sponsor), in modo da non essere costretti a subordinare il progetto di tutela alla eventualità di finanziamenti, la cui incertezza agisce contro ogni volontà di iniziativa.

 

AGOSTO 2017