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LA CONDIZIONE DELL'ARCHITETTURA
Alessandro D'Aloia 09/2012  

G.W.F. Hegel - Estetica, Einaudi, Torino 1967
«Essa (l’architettura) è l’inizio dell’arte, perché questa nel suo cominciamento generale non ha trovato per la rappresentazione del suo contenuto spirituale né il materiale adeguato, né le forme corrispondenti, per cui deve limitarsi alla semplice ricerca della vera adeguatezza e accontentarsi dell’esteriorità del contento e del modo di rappresentazione. Il materiale di questa prima arte è ciò che in se stesso non è spirituale, la materia pesante, plasmabile solo secondo le leggi della gravità; La sua forma è data dai prodotti della natura esterna, uniti con regolarità e simmetria in un riflesso semplicemente esterno dello spirito e della totalità di un’opera d’arte». (pag. 699)   

Giancarlo De Carlo – Gli spiriti dell’architettura, E.R., 1999
«Antonio Averlino, detto Filarete, racconta che Adamo in un giorno di tempesta, di fronte a Dio che stava per cacciarlo dall’Eden, congiungeva le mani sul capo come per formare un tetto che lo proteggesse dall’ira divina e dalla pioggia. In quello stesso momento, attraverso quel gesto, compariva la prima architettura sulla terra. […] L’immagine del Filarete dice dunque che lo scopo dell’architettura non è di produrre oggetti ma di dare organizzazione e forma allo spazio in cui si svolgono le vicende umane, sviluppando processi; che ad un certo punto danno luogo a configurazioni fisiche, ma cominciano prima del loro materializzarsi e continuano oltre il loro dissolvimento, prolungandosi nella memoria e proiettandosi su altri processi. Dice anche che l’essenza dell’architettura è nelle relazioni che intercorrono tra le sue configurazioni, il mondo fisico che le circonda, chiunque la esperisca nell’uso e nella contemplazione e perfino per casuale incontro. Dice, infine, che l’architettura è il sistema di comunicazione più completo e significante di cui gli esseri umani dispongono per esprimersi e rappresentarsi. I confini dell’attività architettonica sono delimitati da queste tre definizioni, che indicano anche dove il perimetro deve essere conservato in tensione perché non si rovesci all’interno restringendo il campo. In alcuni periodi della storia il campo ha raggiunto la massima ampiezza, in altri si è ristretto […]. Tuttavia nel passato qualsiasi alterazione anche profonda era compensata da una produzione spontanea – dei contadini, dei montanari, dei pescatori, dei nomadi – che continuava a tramandare una nozione comprensiva dell’architettura. Nei nostri giorni invece è raro veder nascere uno spazio che diventi luogo, cioè configurazione fisica intensamente usata ed esperita dalla gente; ed è altrettanto raro trovare esseri umani ancora capaci di esprimersi e di rappresentarsi attraverso il linguaggio architettonico. È come se la specie umana fosse stata proditoriamente espropriata del diritto di rivelare le ragioni e le vicende della sua esistenza attraverso l’organizzazione e la forma del suo ambiente». (pagg. 138, 139) 

Bruno Zevi – Profilo della critica architettonica, Newton & Compton Editori, 2003
«In breve, nel corso dei secoli la critica architettonica appare, non solo “assai meno progredita” di quella delle altre arti, ma anche meno specifica ed articolata» (pag. 23)
 
«Di tutte le estetiche quella dell’architettura è una delle più povere. Di tutte le arti, l’architettura è quella di cui ci si è occupati di meno. Gli architetti normalmente non conoscono niente al di fuori della loro disciplina. I filosofi parlano di architettura solo in chiave di amatori» (pag. 59)    

«Dice H. Lefebvre: “Il livello dell’architettura è quello dell’abitare; quello dell’urbanistica riguarda la società nel suo insieme, e la sua soluzione dipende da una trasformazione di questa società». (pag. 38)    

«Nei paesi anglosassoni esistono molteplici “specializzazioni” (architettura, disegno urbano, pianificazione cittadina, pianificazione regionale ecc.), ciò che rischia di creare barriere troppo rigide». (pag. 38)    

«Grazie ad una più larga sensibilizzazione del pubblico ai problemi dell’Habitat, la gestione degli spazi interni passerà dagli specialisti agli stessi utenti. L’industrial design è un campo aperto agli architetti. I rapporti tra architetti e costruttore sono irti di difficoltà. Fino all’inizio del XX secolo, l’architetto costruiva per una classe di cui faceva parte. Adesso, non è più intimamente legato agli utenti, e perciò la collaborazione con specialisti delle scienze della realtà umana s’impone. Il ruolo dell’architetto è stato demistificato, non è più “l’uomo della sintesi”. D’altra parte, il gruppo interdisciplinare si preoccupa unicamente di fornire la risposta tecnica ideale ai programmi imposti; non può, né vuole, valutarli e meno ancora rifiutarli. L’architetto vede il suo campo d’azione minacciato; nessuna domanda reale sembra esistere. Le procedure di incarico progettuale sono di validità assai dubbia. I concorsi sono incerti per il modo in cui sono indetti e per le giurie. In tale situazione, lo spirito inventivo è paralizzato, represso da norme puramente quantitative. La gratuità formale e la mediocrità divengono così abituali e sembrano fatali. Scrive A. Hermant: “Le attitudini creative di una società trovano il loro germe nella formazione infantile. Il senso dell’architettura è raramente innato; niente nell’insegnamento attuale prepara il cittadino ad una delle funzioni più essenziali: l’educazione alle forme costruite, allo spazio organizzato, non esiste. Il bambino che gioca con la sabbia compie il primo atto architettonico; e spesso l’ultimo”. Dopo la scuola materna, tutto l’insegnamento si svolge secondo due branche, lettere e scienze, dove si possono trovare i germi di molti mestieri, ma non dell’architetto e dell’urbanista. Che avverrà dell’architetto rispetto ai proprietari dei mezzi di produzione e dei capitali? Sarà sostituito da costruttori più docili? Sarà costretto, per sopravvivere, a piegarsi alle leggi fondamentali di un’economia basata sulla ricerca del profitto? Sembra difficile che gli architetti possano mantenere la loro indipendenza, e ancora più difficile che pretendano di restare maestri del gioco. Si potrebbe accettare questa situazione se portasse soltanto alla sparizione degli architetti, ma essa impoverisce l’intera comunità non solo sul piano dei valori culturali, ma anche sul piano economico. L’insegnamento universitario è fatto nello spirito del XIX secolo: non forma individui competenti, utilizzabili nelle attuali strutture tecnocratiche o capaci di contestare la produzione. L’insegnamento, così come s’impartisce oggi, mira a fare dell’architetto un “carrozziere” delle costruzioni. Produce “amatori” e “uomini di genio”: “non si apprende l’architettura si diventa architetto!”. L’insegnamento non può limitarsi a dare una competenza tecnica; deve istigare ad una visione critica». (pagg. 38-40)    

«La scelta politica condiziona tutte le decisioni a livello dello spazio costruito. Così le abitazioni diritte, senza alcuna duttilità interna (malgrado i mezzi forniti dalla tecnologia attuale), propongono la promiscuità invece di una vita in comune, l’isolamento invece dell’intimità. Per l’architetto il problema non è di tradurre fisicamente nello spazio un programma funzionale, ma di creare l’ambiente complesso nel quale esistano diverse forme dell’abitare. L’inserimento “critico” dell’architetto nella realtà sociale ed economica non avviene soltanto attraverso la professione, ma dalla presa a carico delle responsabilità collettive». (pag. 43)  

Antonio Cederna – I vandali in casa, Ed. Laterza, 2006.
«I migliori tra i nostri architetti sono affetti da alcuni vizi principali: il vizio di credere che la storia sia fatta solo dalle opere artisticamente riuscite (o “valide”, come essi amano dire); il vizio di argomentare astrattamente intorno a problemi generali, di principio o di “fondo”, convinti come sono che la loro attività sia il compendio dell’umana sapienza; il vizio di considerare le architetture come isolati oggetti d’arte, pretesto per eleganti e futili esercitazioni critiche (come se, coi problemi che urgono, di vita e di morte per le città italiane, fosse ancora il caso di ragionare formalisticamente di pieni e di vuoti, di aggetti e rientranze, e via dicendo); inoltre, soffrono ancora del complesso di inferiorità rispetto all’antico, per cui troppo spesso scambiano per modernità le produzioni della più stanca e divulgata accademia. Nelle loro belle riviste essi mostrano una deplorevole distrazione per il disastro edilizio-urbanistico in corso e, quando addirittura non si fanno servi degli sventratori,  hanno il grave torto di presentarci l’immagine conciliante di un’Italia gradevolmente costruita: ai nostri migliori tecnici fa difetto il senso morale della rivolta contro il brutto e l’indecente, ossia contro la dolorosa realtà del nostro tempo. Marcello Piacentini li potrebbe impalare uno dopo l’altro con i suoi obelischi, essi saranno gli ultimi a sentirne dolore. Forse, anche per i nostri migliori tecnici, si tratta di un non trascurabile problema pratico. Come potrebbero infatti, denunciando rovine, illegalità e sordide speculazioni, mettersi contro i grossi complessi industriali e commerciali, le grosse società immobiliari, che sono i loro benefici committenti? Così con le loro ben illustrate riviste, ragionando dell’arte del costruire e rifiutandosi di intervenire energicamente contro una situazione fallimentare, essi si fanno complici dei distruttori d’Italia, perpetuando il vecchio equivoco di una cultura narcisistica e decorativa, che accetta una realtà, quale che sia, anziché operare per modificarla dalle fondamenta». (pagg. 21, 22).    

«Finché l’urbanistica resterà monopolio di “specialisti”, di assai poco progredirà: […]; la storia dell’architettura è ancora prevalentemente studio di singoli monumenti e di singole personalità. […] Si può dire che, se pure la concezione astratta della città come successione casuale di singoli monumenti è un’inveterata abitudine mentale, essa è stata però indirettamente confermata sul piano teorico, propagata nella scuola e nell’opinione comune dall’estetica dell’idealismo. […] A differenza della critica letteraria e artistica, che hanno superato molte crudezze di quell’estetica, una critica architettonico-urbanistica deve ancora nascere». (pag. 24)    

«I funzionari preposti alla tutela del nostro patrimonio artistico sono quello che sono. Nella loro doppia natura “tecnica” di specialisti e di amministratori, i difetti del burocrate si sommano con quelli dello studioso (architetto, studioso d’arte, archeologo, ecc.), […]; amanti del quieto vivere il loro motto è “minimizzare e tacere”, […]». (pagg. 27, 28).    

Leonardo Benevolo - La fine della città, Ed. Laterza, 2011.
«Quindi il dissesto dell'università, delle facoltà di Architettura, era in stretto rapporto con la realtà dell'urbanistica italiana? Sì. per dirla sinteticamente serviva a sostenere professionalmente quella gestione del territorio fondata sulla prevalenza dell'edilizia costruita su terreni privati, in cui la rendita, cioè il guadagno derivante dalla compravendita dei terreni e dalle decisioni che l'amministrazione pubblica prende a proposito di quei terreni, dichiarandoli edificabili, prevale sull'utile imprenditoriale; quella gestione fondata su limitati programmi di edilizia pubblica che offrono una quota di case popolari insufficiente per soddisfare i bisogni; e fondata, ancora, su opere pubbliche concepite indipendentemente dai piani di coordinamento territoriale. Ecco, le scelte politiche di governo del territorio erano connesse a questa impostazione. Per coltivare la rendita occorreva uno sviluppo a oltranza dei nuovi insediamenti e la decadenza di quelli esistenti. Come realizzare tutto questo? Era necessario che la maggior parte degli specialisti scegliesse la libera professione, fosse cioè disponibile individualmente per i compiti di progettazione e di esecuzione, senza avere la possibilità di discutere i ruoli richiesti e coltivando invece l'aspirazione a una libertà personale di ordine superiore, artistico. Contemporaneamente era indispensabile che gli uffici pubblici rimanessero piccoli e sguarniti e non prendessero in mano la gestione del territorio. Tirando le somme, si può dire che le facoltà di Architettura e l'Ordine degli architetti promossero questo modello sfornando esperti generici che erano la copia grottesca - preché impreparati e perché troppi - del libero professionista di una volta». (pagg. 64, 65)

Felix Guattari – L'énonciation architecturale in Id., Cartographies schizoanalytiques, Galielée, Paris 1989, trad. it. in «Millepiani», n.7, 1996.
«In queste condizioni gli architetti non sanno più a che santo votarsi. A che cosa potrebbe servire nell’oggi, per esempio in una realtà come Città del Messico che procede in pieno delirio verso i 40 milioni di abitanti, invocare Le Corbusier? Nemmeno il barone Haussmann potrebbe far nulla! I politici, i tecnocrati, gli ingegneri producono ormai questo genere di cose rivolgendosi il meno possibile agli uomini di quell’arte che Hegel poneva al primo posto tra tutte le altre. Certo gli architetti mantengono il controllo di uno spazio minimale nel campo delle costruzioni di lusso. Ma, in questo campo, si sa che i posti sono cari, a meno di assumere, come dandy post-moderni, le magouilles politico-finanziarie sempre più richieste, e che destinano in generale i loro rari eletti ad un ipocrita degrado dei loro intenti creativi». (pag. 25)