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IPOTESI SULL'ORIGINE STORICO-URBANISTICA DI TEGGIANO
Alessandro D'Aloia 09/2012

"Lucania
Nella prima fase dell'Età del Ferro si può dire che tutti gli insediamenti dell'Età del Bronzo in L. abbandonano i siti nella pianura per salire sulle colline più facilmente difendibili. Le tracce di capanne protostoriche di Ferrandina (Croce Missionaria), di Cancellara (Carpine), di Vaglio della Basilicata (Serra S. Bernardo), di Timmari (v.) e di S. Maria d'Anglona (Pandosia?), per citare, soltanto qualche esempio, indicano in maniera evidente questo passaggio. […] Con il VII-VI sec. a. C. tutti questi centri cercano di difendersi con le costruzioni di fortificazioni a grandi blocchi irregolari che formano, spesse volte, un vero aggere. Di solito questo primo nucleo è destinato a formare l'acropoli del centro nel suo normale sviluppo urbanistico. Nello sviluppo del centro si possono cogliere diverse fasi che si prolungano attraverso i secoli e sempre collegate ad avvenimenti storici facilmente individuabili. La L. in realtà non è affatto una zona isolata, come finora comunemente si credeva. La presenza dei cinque grandi fiumi (Basento, Bradano, Cavone, Agri e Sinni) che l'attraversano da SE a NO per finire nel Golfo di Taranto, significa un continuo contatto tra la costa e l'interno e quindi una rapida trasformazione di tutti quei centri che si trovano lungo queste larghe vallate. Lo stesso fenomeno si presenta anche nella vallata del Tanagro, affluente del Sele, conosciuta sotto il nome di Vallo di Diano (v.). I centri antichi di Padula e Sala Consilina, conosciuti piuttosto attraverso le necropoli, iniziano i loro contatti con il mondo greco ed etrusco-campano già sul finire del VII sec. a. C., senza perdere però il loro carattere di cultura prelucana o enotria fino alla fine del VI sec. a. C. Anche se il tessuto di questa facies lucana presenta sfumature, esso resta unitario da Palinuro a Ferrandina e da Melfi a Serra Lustrante a Roccanova. […] Nel periodo che va dalla fine del VII alla fine del VI sec. a. C., quasi tutti questi centri indigeni allargano la loro cerchia di difesa, creando un vero abitato di tipo greco in cui l'antico insediamento diventa acropoli, destinata ora alla zona sacra. […] Soltanto quando, durante il VI-IV sec. a. C., i centri si allargano nuovamente, alla vecchia zona sacra dell'acropoli si aggiunge un'altra […]. La vera tecnica greca nella costruzione delle fortificazioni appare invece soltanto nel IV sec. a. C. e più precisamente alla fine di questo secolo. […] Si tratta di una tecnica greca, con struttura isodoma, spesse volte consistente in un solo paramento esterno ed un grande riempimento che richiama alla mente le fortificazioni ad aggere. […] le fortificazioni di tipo greco possono invece essere attribuite certamente ai Lucani: dal IV sec. a. C., la loro presenza in questa zona è ben accertata anche dai testi antichi. […] La vita dei centri indigeni, ellenizzati durante il periodo compreso tra il VI e il V sec. a. C., può essere seguita fino alla metà del III sec. a. C. sempre sullo stesso sito. Da questo periodo in poi, con l'eccezione di qualcuno, come Melfi o Macchia di Rossano, questi centri scendono nuovamente in pianura, formando, inizialmente, una catena di fattorie, in gran parte sistemate nelle pianure e nelle vallate. […] In questo periodo sorgono però anche grandi centri romani, come Grumentum e Venosa, il primo sovrapponendosi ad un centro indigeno, il secondo soltanto parzialmente insediato su un altro centro precedente. […] si assiste ad un incremento continuo del popolamento delle campagne e dell'abbandono definitivo dei centri situati in posizioni alte”[1].  

Dalla semplice analisi del testo riportato dall’Enciclopedia Treccani si possono trarre le seguenti osservazioni:
- il territorio lucano non va considerato come unità interna isolata dalle vicende storico-urbanistiche che interessavano l’Italia meridionale nelle sue zone costiere sin dai tempi della colonizzazione greca, dato che le fondovalli fluviali costituiscono, da sempre, il principale mezzo di comunicazione fra costa e interno della penisola;
- l’assetto del territorio lucano in epoca pre-romana ha visto diverse fasi di contrazione ed espansione, intese come fasi di arroccamento collinare contrapposte a fasi di originario insediamento e successiva espansione nelle zone pianeggianti;
- tali fasi si possono esemplificare nei termini seguenti: prima fase, dell’Età del ferro, con insediamenti sparsi in pianura; seconda fase, precedente il VII-VI secolo a.C., di arroccamento collinare con fortificazione degli insediamenti; terza fase, dal VII al IV a.C. fino alla conquista romana, con compresenza di insediamenti fortificati collinari e insediamenti “allargati” alla pianura, talvolta eseguiti con ampliamento delle fortificazioni;
- persistenza di lungo periodo della dialettica monte-valle nei territori interni;
- fortificazioni ad aggere [2] con struttura isodoma di origine lucana ispirate alle tecniche difensive mutuate dalle colonie greche sulla costa a partire dal IV sec. a.C.

Sappiamo che i latini chiamavano oppidum qualsiasi insediamento preesistente alla propria opera che risultasse fortificato, più importante del semplice vicus [3] anche se non importante quanto una civitas cioè una città estesa e stabile, con una storia precedente riconosciuta e tuttavia non paragonabile all’urbe per eccellenza che era Roma. Se immaginiamo la definizione che i romani potevano dare agli insediamenti fortificati collinari lucani all’epoca della loro discesa conquistatrice nella Magna Grecia interna, dove non trovarono di fronte a loro il deserto, probabilmente quella di oppida è totalmente calzante. Come desumibile dal seguente passaggio “Se prendiamo in considerazione il caso dei Lucani, potremo notare che, mentre nel cuore della regione nel corso del IV secolo a.C. finisce col prevalere il modello arcaico di oppida, proprio dei centri di altura poderosamente fortificati, […], ma con scarsi segni di organizzazione urbana interna, […] nell’aera più vicina al Tirreno la situazione risulta assai più variegata”[4], pare che caratteristica degli oppida lucani pre-romani, fosse appunto quella di presentarsi come agglomerati fortificati ma con una debole struttura urbanistica all’interno delle mura. È allora presumibile che fra il III ed il II secolo a.C., con l’ingresso nell’orbita romana dei centri lucani preesistenti dell’entroterra, si assiste alla loro riorganizzazione urbanistica. La situazione “variegata” comporta l’esistenza di tutta una serie di approcci diversificati dei romani nei confronti delle preesistenze urbane e pseudo-urbane. Infatti, molto schematicamente, in alcuni casi essi si limitano ad occupare le città esistenti senza modificarne la struttura, come nel caso, ad esempio di Paestum, in altri casi essi riorganizzano la città mediante una vera e propria strutturazione a griglia (per strigas), molto prossima a quella di tipo greco, come nel caso di Grumentum, in altri casi, considerati "minori", per agglomerati meno importanti e non dotati di autonomia politica (colonie di diritto latino), essi si limitano alla più semplice organizzazione per cardo e decumanus. In quest’ultimo caso, la mancanza di autonomia politica comportava anche l’assenza delle strutture urbane tipiche delle funzioni politiche, come ad esempio il foro, che solo più tardi faceva in genere la sua comparsa, in seguito ai processi di “monumentalizzazione” delle città più importanti (e di diritto romano). Questa serie di considerazioni circa le dinamiche complesse del territorio lucano fra i secoli VII e II, a.C. può tornare utile ad inquadrare meglio una serie di notizie esistenti circa la vicenda storico-urbanistica del centro di Tegianum. È infatti noto, come riportato nel bellissimo testo dello storico A. Didier, Storia di Teggiano, recentemente riedito da Laveglia&Carlone, che esistono tracce di fortificazioni isodoma databili al IV secolo a.C., sulla collina del paese. Accanto a questa evidenza esistono i ritrovamenti del 1929 a valle della collina e quelli della fine degli anni ’70 in località San Marco, di tombe databili sempre al IV secolo a.C., indici di insediamenti anche a valle in epoca pre-romana. Nel tessuto medievale del centro storico è tutt’ora leggibile una struttura urbana a cardo e decumano, che taglia tutto l’abitato secondo le direzioni E-O e N-S, non perfettamente rettilinea, ma tuttavia inequivocabilmente presente. Inoltre diverse sono le testimonianze, sculture ed epigrafi, di epoca romana presenti nel centro storico, a partire dal II secolo a.C. e, successivamente, di epoca imperiale, oltre ad altri tipi di documenti.

L’insieme di questi elementi farebbe pensare ad una continuità dell’insediamento teggianese dall’antichità ad oggi come un esempio emblematico di urbanizzazione dei centri lucani interni minori, in cui la presenza di fortificazioni di epoca lucana (e di ispirazione costruttiva greca), su una collina non è in contraddizione con i ritrovamenti archeologici a valle, e in cui l’assetto ad oppidum del centro pre-romano, debolmente strutturato urbanisticamente, potrebbe spiegare coerentemente l’esistenza del solo cardo e decumano innestati, in epoca romana, nella cerchia delle fortificazioni già presenti, quale prima traccia di un tessuto urbano più definito e poi compiutamente sviluppato in epoca altomedievale, secondo regole che non sono più chiaramente geometrizzate. Ne viene fuori un quadro in cui l’insediamento teggianese originario è il risultato della stratificazione storica delle epoche lucana (fortificazione), romana (primo impianto urbanistico a cardo e decumano) e medioevale (sviluppo e trasformazione dell’abitato intra moenia), tutte leggibili e coerenti con gli aspetti geografici e storici più generali del territorio in cui Teggiano sorge. La presenza del rilievo collinare, da sempre fortificato almeno fino alla fine del 1600, e di una cospicua parte di territorio in piano, la cui estensione, storicamente variabile, è legata alle alterne vicende delle opere di bonifica dell’alta Valle del Tanagro, spiegano anche perché, sin dall’antichità esista una strettissima relazione fra l’oppidum collinare e il territorio immediatamente pedemontano che va dalla località Fiego fino a San Marco, cioè di quella parte pianeggiante del Comune che in ragione della propria quota altimetrica risultava essere asciutta e coltivabile anche quando il Vallo di Diano si presentava come paludoso. La dialettica monte-valle è da intendersi, come del resto anche per gli altri paesi del Vallo, come limitata e contratta, alle sole zone più immediatamente vicine agli insediamenti collinari, dato che i frequenti straripamenti invernali del fiume Nigro costituivano una costante minaccia per l’agricoltura nei terreni altimetricamente più depressi della vallata. C’è tuttavia un aspetto anomalo nell’impianto a cardo e decumano del centro urbano collinare di Tegianum. Le due vie che si incrociano ad angolo retto e orientate chiaramente secondo le direzioni E-O e N-S, sembrano invertite, rispetto alla regola classica, la quale vuole che in genere il decumano abbia orientamento E-O e il cardo quello N-S, mentre a Teggiano, anche per la disposizione della Piazza principale del paese, che si sviluppa attualmente con andamento completamente pianeggiante, si è portati a pensare che sia questo asse a doversi considerare quale decumano, collegato, per altro, alla porta principale e più antica della città. Si avrebbe dunque un decumano con orientamento N-S e un cardo disposto da Est ad Ovest. La questione è se tale “anomalia” rientra o meno nella variabilità della regola classica. A tal proposito bisogna dire che sin dall’antichità (greca e romana) gli schemi ideali utilizzati per le fondazioni di città greche e romane, ammettevano variazioni per potersi meglio adattare all’orografia concreta dei luoghi. Anche la “variazione” rispetto alla “regola” ha una sua regola, ed in genere il compromesso, soprattutto quando i siti non sono perfettamente pianeggianti, è rappresentato dalla rotazione dell’orientamento della griglia urbana in modo da ottenere plateie (il decumano di epoca greca) pianeggianti e stenopoi (il cardo di epoca greca) in pendenza. Sia nelle città di fondazione che in quelle preesistenti, in epoca romana, bisogna quindi distinguere fra siti “orograficamente ininfluenti” e siti in cui l’orografia dominante condizionava l’orientamento della griglia. Se a tal proposito si osserva, ad esempio, la ricostruzione dell’impianto a cardi e decumani della Grumentum di epoca romana, si può notare come l’orografia del sito abbia comportato un orientamento dei decumani più prossimo alla direzione N-S che a quella E-O. Di passata, oltre ai condizionamenti orografici, esistevano, in generale, due modi di organizzare l’orientamento degli isolati rispetto a quello delle vie. In un primo periodo infatti gli isolati romani continuavano ad avere proporzioni rettangolari, né molto allungate come nel caso delle città di fondazione greca, né semplicemente quadrate. L’organizzazione per strigas prevedeva isolati con il lato corto attestato sui decumani, mentre al contrario l’organizzazione per scamna prevedeva isolati con il lato corto attestato sui cardini[5]. L’insieme di queste variabili fa capire come la regola romana fosse, in realtà, molto flessibile e come, in definitiva, non potendosi discettare troppo sulla gerarchizzazione delle due vie ortogonali nel centro di Teggiano, basti potervi riconoscere la permanenza di un impianto a castrum romano (per distinguerlo da quello bizantino), anche se l’utilizzo del termine è in genere ritenuto più indicato per gli accampamenti di tipo militare. Infatti la dicitura a castrum allude in sé alla presenza di una cinta muraria al cui interno, indipendentemente dal grado di complessità dell’impianto viario, è possibile ravvisare la presenza di almeno due vie tra loro ortogonali, quale principale segno di organizzazione urbanistica. Per tutta questa serie di motivi, l’ipotesi prospettata, di fondazione lucana del paese, con prima fissazione di un impianto a semplice castrum di epoca romana e successivo sviluppo medioevale non dovrebbe apparire come una forzatura storiografica nella ricerca di un’origine antica (premedievale) di Teggiano.  

SETTEMBRE 2012
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[1]D. ADAMESTEANU, Lucania, Enciclopedia dell’Arte Antica I Supplemento (1973), reperibile al seguente link.

[2]L’aggere è un un argine, un terrapieno difensivo ottenuto ammassando del terreno a sostegno di un muro o di una fortificazione. L’aggere è un un argine, un terrapieno difensivo ottenuto ammassando del terreno a sostegno di un muro o di una fortificazione. Trattandosi, di fatto, di un accumulo di terra riportata, gli agenti atmosferici tendono a far nuovamente scivolare la terra nel fossato, annullando quindi, col tempo, qualsiasi potenzialità difensiva. Ne deriva pertanto la necessità di un rinforzo di contenimento che impedisca l'erosione della massa di terra. La costruzione di muri o palizzate difensive con tale scopo è quindi subordinata alla struttura d'insieme, sebbene il termine aggere sia rimasto anche quando il terrapieno ha assunto, rispetto al muro, una funzione secondaria. L'aggere venne utilizzato come struttura difensiva nelle città dell'Italia centrale (e a Roma è ancora visibile in alcuni resti delle Mura Serviane) almeno fino al IV secolo a.C., quando il progresso della poliorcetica spinse all'ideazione e realizzazione di sistemi che offrissero una maggior sicurezza, come ad esempio il limes. Il semplice muro iniziale fu comunque oggetto di vari sistemi di rinforzo: esterno con una copertura in blocchi di tufo (materiale non infiammabile) ed interno con un'opera cementizia costituita da tufo e scaglie varie tenuti insieme da una malta di pozzolana. Gli enormi blocchi di tufo, di misure standardizzate e, se del caso, opportunamente rifiniti con interventi manuali, venivano sollevati e posizionati con macchinari simili alle attuali gru, e venivano quindi collegati tra di loro con perni e grappe in ferro (i buchi visibili sui muri delle strutture architettoniche antiche, come ad esempio il Colosseo, ne sono tuttora prova evidente). L'altezza dell'aggere serviano originario doveva aggirarsi sui 4-5 metri, ma venne probabilmente raddoppiata in seguito ai pericoli che Roma corse per le invasioni galliche ed i primi conflitti civili. La presenza del fossato accentuava evidentemente l'altezza del baluardo. Alcuni tratti che necessitavano di una più attenta strategia difensiva raggiunsero, in epoca sillana, almeno i 15 metri. La mancata conservazione di esempi sembra indurre a poter escludere che le mura in aggere fossero dotate di significativi parapetti interni e feritoie, sebbene fosse presente una merlatura composta di blocchi di tufo. Ugualmente le torri in muratura massiccia presenti in alcuni punti avevano probabilmente più una funzione di sperone che non di reale struttura difensiva, anche perché avevano comunque un'altezza pressoché pari a quella del muro ed una sporgenza da quello piuttosto contenuta (non più di 3-4 metri). La funzione del fossato, oltre a fornire materiale per il terrapieno, era principalmente quella di impedire o comunque rendere difficoltoso al nemico l'avvicinamento al muro difensivo. Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Aggere.

[3] Il vicus, nell'Antica Roma, era un aggregato di case e terreni, sia rurale che urbano, appartenente ad un pagus che non aveva alcun diritto civile come il municipium o la colonia romana.
Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Vicus
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[4]P. GROS, M. TORELLI, Storia dell’urbanistica. Il mondo romano, Ed. Laterza 2007, pag. 644.

[5] P. GROS, M. TORELLI, cit., pag. 162.
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