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GRAPPA ARMINIO.
Distillato di paesologia

Alessandro D'Aloia 08/2013

Si riporta di seguito un libero assemblage di pensieri, tratto dal libretto di Franco Arminio Geografia commossa dell'Italia interna (B. Mondadori, Milano 2013), che ogni architetto dovrebbe leggere.

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Stamattina nel letto pensavo alle mie perplessità su Latouche, mi pare ancora un uomo del Nord, e il mondo se vuole salvarsi deve essere ripensato da Sud, il Nord del mondo si deve dimettere.

Sempre si è schiavi di questa ossessione di mettere a frutto la giornata. L’umanità non può dirselo che è stanca, e non sta a sentire chi glielo dice.

Entriamo nella zona rossa. La faccenda cruciale pare questa: ricostruire tutto dov’era e com’era oppure rifare una città rivolta al futuro. Ogni opzione presenta suggestioni poetiche e derive truffaldine. Il rischio più grande è che si ripeta quello che è accaduto in molti posti dell’Irpinia dove al cittadino è stata data la casa e gli hanno tolto il paese.

A giudicare da quel che ho visto e sentito la confusione in città è molto grande. Il modello Berlusconi ha lasciato sul campo un cuore ingabbiato e tante membra sparse: le diciannove New Town si aggiungono ai cinquantanove tra quartieri e frazioni in cui vivono solo settantamila abitanti, sparsi su una superficie di 467 chilometri quadrati. Insomma Berlusconi ha incentivato un delirio centrifugo in atto da molti decenni.

Il terremoto ce lo hanno tolto dalle mani. Ci hanno impedito di litigare tra di noi, di sbagliare con le nostre mani. Stiamo sbagliando con le mani degli altri.

Il sud che guarda al nord e non si guarda dentro. Le nostre poltrone sono queste montagne, il grano che sta crescendo, le rose che fra poco fioriranno.

Quando diciamo che è finita la modernità non diciamo che bisogna tornare a quel che c’era prima. Piuttosto bisogna andare con più decisione verso il futuro, consumare fino in fondo il delirio sviluppista e arrivare in luoghi che adesso neppure riusciamo ad immaginare. Noi non abbiamo solo il problema di uscire dalla crisi, abbiamo il problema di uscire da una visione economicista dell’umano. E allora se la sfida è posta all’altezza che merita, siamo chiamati tutti a combatterla, cominciando dal primato dei luoghi e dell’esperienza invece che dell’astrazione e del globalismo.

Non esistono due paesi uguali e dunque le politiche devono essere fatte su misura per ogni luogo. Non ci può essere la stessa politica per tutti. Non ci può essere un centro che decide. Non è possibile nemmeno che il centro lasci decidere le comunità locali che spesso sono guidate non dai più illuminati, ma dai più furbi.

Per gli interventi nei prossimi anni non è solo un problema di risorse, è questione di sguardo, di azioni diffuse che incrocino buone pratiche amministrative e stili di vita che tengano conto dello sfinimento della modernità. Le altre nazioni hanno il Mediterraneo sull’orlo. Noi ci stiamo in mezzo, solo noi abitiamo il Mediterraneo interiore, la colonna vertebrale che è il nostro Appennino. Da qui può partire un nuovo modo di vivere i luoghi, radicalmente ecologico, improntato a un’idea di comunità inclusiva del respiro degli uomini e dell’ambiente. L’Italia interna può diventare il laboratorio di un nuovo umanesimo, l’umanesimo delle montagne.

Non so e non spetta a un paesologo definire piani e programmi. Mi piace evocare alla rinfusa suggestioni per gli amministratori e gli abitanti.
Terra e cultura più che cemento e uffici. Prodotti tipici da consumare non solo nelle sagre. Canti e teatro al posto delle betoniere.
Svuotare le coste e riportare le persone sulle montagne. Sistemare le strade provinciali, togliere le buche, restaurare i paesaggi, le pozze d’acqua per gli ovini, ripulire i fiumi, i torrenti.
Imparare a fare il formaggio. Dare ai giovani le terre demaniali. Coltivare un pezzo di terra. Essere scrupolosi, ma farsi tentare dalla fantasia, dall'impensato. Ogni paese deve avere un piano regolatore del suo paesaggio. Un piano dove siano previste zone inoperose, in cui non solo non si fabbricano case, ma non si fa neppure agricoltura. Zone dove non si taglia neppure la legna. Un piccolo cuore selvatico per ogni paese.
Nei piccoli paesi dovrebbero essere esentati dall’Imu le persone che abitano nel centro antico.
Ogni paese deve avere un piccolo teatro e una sala per suonare. Le scuole devono essere aperte la mattina per i ragazzi e la sera per gli adulti. Riattivare la vita comunitaria. Oltre al museo della civiltà contadina ci devono essere dei luoghi in cui i ragazzi possano apprendere vecchi mestieri: fare un cesto, una sciarpa, potare un albero. Viaggiare nei dintorni. Comprare il formaggio da chi lo fa, fare la spesa nei piccoli negozi.
Riportare gli animali nei paesi. Un paese in cui non ci sia un uovo fresco non ha senso. Mettere una libreria comunale in cui si vendono i libri a prezzo ridotto. Stabilire che in ogni consiglio comunale ci debba essere come primo punto all’ordine del giorno un’iniziativa culturale.
Riportare le feste patronali alle antiche tradizioni.
Mettere una tassa di trentamila euro l’anno per ogni pala eolica e usare questa cifra per servizi agli anziani. Stabilire gemellaggi tra i paesi interni e quelli della costa. Dimezzare il costo del gas e del gasolio da riscaldamento nei paesi più freddi. Dare incentivi a chi abbatte edifici incongrui o a chi restaura la propria casa rendendola più adatta al contesto.
Obbligare ogni paese ad avere un’isola pedonale in funzione tutto l’anno. Abituare i cittadini a un uso limitato della macchina. Diminuire l’uso della plastica e degli imballaggi. Fare una vera raccolta differenziata e stimolare azioni locali di recupero e riciclaggio dei materiali. Stabilire che ogni amministrazione comunale faccia per legge un’assemblea pubblica ogni sei mesi sulle scelte riguardanti la comunità.
Piantare alberi da frutta e obbligare gli acquedotti a mettere almeno una fontana pubblica in ogni paese.
Il futuro dei luoghi sta nell’intreccio di azioni personali e civili. Per evitare l’infiammazione della residenza e le chiusure localistiche occorre abitarli con intimità e distanza. E questo vale per i cittadini e più ancora per gli amministratori. Bisogna intrecciare in ogni scelta importante competenze locali e contributi esterni. Intrecciare politica e poesia, economia e cultura, scrupolo e utopia. Credo che uno dei mali del Sud sia l’incapacità di ammirazione verso i luoghi e le persone vicine. Il Sud si è fatto convincere che il buono è altrove.

L’Italia negli ultimi anni si è letteralmente fermata. Chi non è fermo davanti alla televisione, è fermo davanti a un computer o dentro un’automobile. Insomma quando si parla della penuria di esperienza, bisogna ricordare che sta diventando impossibile proprio quella fondamentale, quella del camminare.

Adesso il computer ce lo portiamo in tasca. Per aprire la posta elettronica non c’è bisogno di tornare a casa. Basta sedersi e vedere che dicono di noi gli altri infermi come noi.

Dobbiamo seppellire la nostra presunzione di specie e aprire una stagione in cui prendiamo atto che c’è la peste. Questa peste possiamo chiamarla autismo corale. Non uccide, corrode i legami anche quando li alimenta. La società della comunicazione altro non è che una gigantesca mascherata per nascondere il fatto che non abbiamo niente da dirci, che non crediamo più agli altri e neppure a noi stessi.

La società si decide spezzando l’autismo corale, aggredendolo e costruendo luoghi in cui ci si mette in cerchio e si fa democrazia. Si sta insieme e si decide, si passa il tempo e si decide come passare il tempo.

Le dimissioni del papa hanno ufficialmente sancito la stanchezza degli umani, il loro ripiegarsi sulle piccole vicende del proprio corpo e della propria psiche.

Ci sarà un giorno in cui stare al mondo per arricchirsi sembrerà una cosa volgare, una cosa per spiriti malati. E allora la desolazione che c’è adesso nei paesi diventerà un’altra cosa. Il mondo vivrà un’altra globalizzazione, una globalizzazione lirica. Avremo, come sempre, motivi di gioia e motivi di sofferenza, ma non saremo tanto soli come adesso, impareremo di nuovo a sentire la terra su cui poggiamo i piedi e a provare una sincera simpatia per tutte le creature del creato.

L’Italia senza Appennino sarebbe un’orrenda sequenza di capannoni, villette, officine, svincoli, ponti, viadotti, macchine parcheggiate, pompe di benzina.

Erosione, sgretolamento di un paesaggio che non è più agricolo e non è più industriale e non è nemmeno turistico. Un paesaggio contaminato dall’incuria di un Sud che voleva fuggire lontano ed è rimasto qui a disprezzare quel che ha intorno.

Stanno allargando la strada che porta a Marsicovetere. Non si capisce se per rendere più agevole la fuga o la salita.

Dopo l’emigrazione all’estero o al Nord, i paesi sono emigrati in periferia.

Scrivere in rete non è molto diverso che andare davanti ad una tomba e parlare al morto. L’unica differenza è che lì si parla ad un morto solo e in rete siamo tanti. Ogni profilo è il forno crematorio in cui diamo alle fiamme l’apparenza della nostra vita.

Al mio paese non si sente la crisi economica dell’Italia, si sente la crisi dell’universo.

L’Italia cominciò ad emigrare appena fu unita.

Il futuro è del Sud e dei paesi, ne sono convinto. Abbiamo bisogno dei braccianti del futuro. Gente che non esce per portare in giro il proprio ronzio, ma per riattivare lo sguardo, per incontrare gli altri, per camminare insieme, per sfondare la prigione della provincia.

Il paese vecchio è più semplice, ha la sua forma e non invade il paesaggio. Il paese nuovo non sta al suo posto, è invadente, vuole espandersi, ma non ha più le forze per farlo.

Lo abbiamo sfregiato in tutti i modi, ma il Sud dell’Italia rimane un miracolo nel mondo di oggi.

A volte pare non ci sia più scampo: Caino in piazza, Narciso nella Rete.

Facebook mi fa pensare a un cimitero, ogni profilo è una lapide, c’è tutto, la foto, i lumini, i fiori, c’è quello che serve per celebrare il rito quotidiano della nostra scomparsa.

La bellezza e la tragedia, è che non c’è più pazienza. Quello che si fa un giorno è maceria il giorno dopo. Aspettiamo attenzioni che noi stessi non sappiamo darci. La politica del mattino non è quella del pomeriggio, l’amore di una notte è l’indifferenza del giorno. Non siamo attrezzati per questo passo. E ne viene una scena in cui il correre non ci porta più lontano del cadere.

Meglio andare in un paese lucano e imparare a potare un albero e fare un caciocavallo, piuttosto che stare in fila a Ibiza con la ciotola del divertimento tra le mani.

Davvero penso che nei prossimi secoli o nei prossimi decenni dovremmo dedicarci a cancellare molto di quello che abbiamo depositato sulla terra nell’ultimo mezzo secolo. Un lavoro di svuotamento che se ci trovasse concordi sarebbe anche il segno di una nuova comunità. Addirittura di una nuova religione. Come se la nuova metafisica non fosse in alto nei cieli, ma in basso, sulla superficie della terra pulita da quello che ci abbiamo messo sopra, da tutte le chincaglierie che ne impediscono la vista.